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Islam nell’URSS

Approfondimento storico in una prospettiva critica

Con oltre cinquanta milioni di cittadini di tradizione musulmana, l’URSS era il quinto paese islamico del mondo, e li governò chiudendo le moschee, abolendo la legge coranica, cambiando due volte l’alfabeto, strappando il velo e creando nel 1943 quattro direzioni spirituali controllate dallo Stato con due sole madrase. L’islam sopravvisse nelle confraternite e nelle case, e con la fine dell’Unione è tornato al centro dell’Asia centrale e del Caucaso.

Impostazione editoriale: questa pagina analizza il tema in chiave storica e critica, senza intenti celebrativi o propagandistici.
Islam Nell URSS
Antica moschea con cupola di maiolica azzurra in una città sovietica dell’Asia centrale, palazzi moderni alle spalle.

La conquista dell’islam

I musulmani dell’impero, tatari del Volga, baschiri, popoli del Caucaso e dell’Asia centrale, furono all’inizio corteggiati dai bolscevichi con l’appello «a tutti i lavoratori musulmani» del 1917 e con la promessa di rispetto; ma dal 1927 la campagna dello «hujum» contro il velo, la chiusura dei tribunali islamici e delle scuole coraniche, la confisca dei beni religiosi, il waqf, e la sostituzione dell’alfabeto arabo con il latino e poi con il cirillico cancellarono in dieci anni le istituzioni dell’islam. Le moschee passarono da circa venticinquemila a circa un migliaio nel 1941, gli imam furono fucilati o deportati come «mullah controrivoluzionari».

Il compromesso del 1943

Come per la Chiesa ortodossa, la guerra portò il compromesso: nel 1943 Stalin autorizzò la Direzione spirituale dei musulmani dell’Asia centrale a Taškent, seguita da quelle di Ufa per la Russia europea e la Siberia, di Baku per la Transcaucasia e di Machačkala per il Caucaso settentrionale, con muftì nominati d’intesa con lo Stato. Fu permessa la riapertura di alcune centinaia di moschee e di due sole madrase, Mir-i Arab a Buchara nel 1945 e quella di Taškent nel 1971, che formavano poche decine di imam l’anno; il pellegrinaggio alla Mecca era concesso a una ventina di persone selezionate.

L’islam parallelo

Accanto all’islam ufficiale visse l’islam «parallelo»: le confraternite sufi del Caucaso, i mullah non registrati che celebravano matrimoni e funerali, i pellegrinaggi ai santuari locali, le circoncisioni universali anche tra i comunisti, il Ramadan osservato nei villaggi. Le deportazioni dei ceceni e degli ingusci nel 1944 rafforzarono le confraternite come struttura di sopravvivenza; in Asia centrale l’islam divenne una componente dell’identità nazionale che il regime tollerava come «tradizione» e reprimeva come religione.

L’Afghanistan e il risveglio

La guerra in Afghanistan dal 1979, combattuta anche da soldati sovietici musulmani contro i mujaheddin, e la rivoluzione iraniana inquietarono Mosca, che negli anni Ottanta lanciò nuove campagne contro «l’islam militante» e insieme usò i muftì ufficiali nella diplomazia verso i paesi arabi. Con la glasnost l’islam uscì allo scoperto: moschee riaperte a centinaia, Corani importati, il Partito della rinascita islamica fondato nel 1990, e i muftì sovietici contestati dai fedeli come agenti del KGB.

Dopo il 1991

L’indipendenza portò migliaia di moschee nuove, spesso finanziate da Arabia Saudita e Turchia, la guerra civile in Tagikistan con la componente islamista, le due guerre cecene in cui il nazionalismo si fece jihad, e regimi centroasiatici che controllano l’islam con i metodi sovietici, dalle direzioni spirituali alle liste di imam. La Russia conta oggi circa venti milioni di musulmani, la Mosca delle moschee piene e il Caucaso: la questione islamica ereditata dall’URSS è tra le più aperte.

Curiosità

  • Nel 1989 i cittadini sovietici di tradizione musulmana erano oltre cinquanta milioni: l’URSS aveva più musulmani della Turchia o dell’Iran.
  • La madrasa Mir-i Arab di Buchara, riaperta nel 1945, fu per ventisei anni l’unica scuola islamica dell’Unione: vi studiarono in tutto poche centinaia di imam.
  • L’alfabeto delle lingue turche fu cambiato due volte in quindici anni, dall’arabo al latino nel 1928 e dal latino al cirillico nel 1940, per tagliare il legame con il Corano e con la Turchia.
  • Il muftì di Taškent Ziyauddin Babachanov guidò l’islam ufficiale per venticinque anni, ricevendo le delegazioni arabe; nel 1989 i fedeli ottennero la rimozione del suo successore accusandolo di bere alcolici.

Valutazione critica

L’islam sovietico fu governato con la stessa tecnica delle altre religioni, distruzione e poi controllo, aggravata dal colonialismo: un potere russo che decideva l’alfabeto, il velo e il numero degli imam per cinquanta milioni di persone. Sopravvisse perché era anche identità nazionale, e proprio per questo il regime lo temeva più di ogni altra fede.

Le direzioni spirituali di Stato, ereditate dai regimi post-sovietici, e il jihadismo caucasico sono i due volti dell’eredità: il controllo che continua e la rivolta che ne è nata.

FAQ – Domande frequenti

Quanti musulmani c’erano in URSS? Oltre cinquanta milioni di cittadini di tradizione musulmana nel 1989, tra uzbeki, kazaki, azeri, tatari, tagiki, turkmeni, kirghisi, baschiri e popoli del Caucaso: circa un sesto della popolazione.

L’islam era permesso? Solo nella forma controllata: dal 1943 quattro direzioni spirituali con muftì nominati d’intesa con lo Stato, poche centinaia di moschee registrate e due madrase; il resto viveva nella clandestinità delle case e delle confraternite.

Che cos’è l’islam parallelo? L’insieme delle pratiche religiose non registrate, dai mullah non ufficiali alle confraternite sufi del Caucaso e ai pellegrinaggi ai santuari locali, che mantennero viva la fede fuori dalle strutture di Stato.

Le immagini sono fotografie d’epoca? No. Le immagini indicate come «ricostruzione illustrativa» sono elaborazioni realizzate per il sito e non vanno confuse con fotografie d’archivio. Le opere di riferimento sono elencate nella bibliografia.

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