I lavori forzati in Siberia
Approfondimento storico in una prospettiva critica
La Siberia fu il continente del lavoro forzato: dai campi del Kuzbass e di Tajšet alla ferrovia Bajkal-Amur degli anni Trenta, dalla «strada morta» dell’Artico ai villaggi di deportati sul fiume Ob’, milioni di persone vi lavorarono senza libertà. L’isola di Nazino, dove nel 1933 seimila deportati furono abbandonati senza cibo, e la Kolyma, all’estremo oriente, ne sono i simboli.
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L’esilio prima e dopo il 1917
La Siberia era da tre secoli il luogo di pena dell’impero: katorga, esilio, deportazione di contadini, di rivoluzionari, di interi popoli come i polacchi del 1863. I bolscevichi, molti dei quali vi erano stati confinati, ripresero la tradizione e la moltiplicarono: dal 1930 la Siberia occidentale, con le sue foreste e paludi, e quella orientale, con le miniere, divennero il deposito dei deportati e la sede di decine di complessi di campi.
I deportati
I «coloni speciali», i kulaki deportati nel 1930-31, furono scaricati a centinaia di migliaia nelle foreste del Narym e lungo l’Ob’, dove dovettero costruire i propri villaggi con la mortalità dei primi inverni oltre il 20 per cento. Nel maggio 1933 seimila «elementi declassati» rastrellati nelle città furono abbandonati sull’isola di Nazino, sull’Ob’, senza cibo né attrezzi: in un mese ne morirono più di quattromila, con casi di cannibalismo, e il rapporto di un funzionario locale, finito negli archivi, ne ha conservato la memoria. Seguirono i polacchi e i baltici del 1940-41, i tedeschi del Volga, i calmucchi, i ceceni e gli altri popoli del 1943-44, i «banditi» ucraini e baltici del dopoguerra.
I campi
Il Siblag intorno a Novosibirsk e al Kuzbass forniva manodopera al carbone e alle fabbriche; il Bamlag, dal 1932 al 1938, tentò con centinaia di migliaia di detenuti la prima ferrovia Bajkal-Amur, poi abbandonata; il Norillag dal 1935 scavò il nichel a Noril’sk; l’Ozerlag di Tajšet, negli anni Cinquanta, costruì la linea verso Bratsk; i campi di Krasnojarsk, di Tomsk e dell’Angara tagliavano il legname che l’URSS esportava. La ferrovia da Salechard a Igarka, la «strada morta» dei cantieri 501 e 503, impiegò dal 1949 al 1953 centomila detenuti nel permafrost per una linea mai completata.
Le condizioni
Il freddo faceva la differenza con il resto del Gulag: quaranta e cinquanta gradi sotto zero per mesi, le baracche di legno crudo, le razioni ridotte dalle distanze, i trasporti fluviali che d’inverno si fermavano e lasciavano i campi senza rifornimenti. La fuga era quasi impossibile, perché la taiga uccideva quanto le guardie, e i detenuti lo sapevano; i cadaveri si seppellivano in primavera. Per i deportati, senza filo spinato ma con il comandante, la vita nei villaggi era una lenta sopravvivenza.
La memoria
Dopo il 1953 i campi siberiani furono chiusi o trasformati in colonie; i deportati rimasero spesso dove erano stati portati, e molti villaggi siberiani sono nati così. Memorial e i musei locali di Tomsk, Krasnojarsk e Novosibirsk hanno raccolto nomi e testimonianze; la «strada morta» si vede ancora, con i binari e le locomotive nel permafrost. La Russia attuale ha ridotto gli spazi per questa memoria, ma non è riuscita a cancellarla.
Curiosità
- Sull’isola di Nazino, nel 1933, la maggior parte dei deportati morì in un mese: l’episodio, documentato da un rapporto interno, è stato ricostruito dallo storico Nicolas Werth.
- La «strada morta» tra Salechard e Igarka aveva già 700 chilometri di binari nel 1953: fu abbandonata con locomotive e vagoni, che arrugginiscono nella tundra.
- Il Bamlag degli anni Trenta fu con oltre 200.000 detenuti uno dei più grandi complessi del Gulag: la ferrovia fu poi rifatta dai volontari del Komsomol negli anni Settanta.
- Molti villaggi lungo l’Ob’ e lo Enisej portano ancora i nomi dati dai deportati che li fondarono: ucraini, tedeschi, baltici e polacchi.
Valutazione critica
La Siberia fu colonizzata dal lavoro forzato come nessun altro territorio del Novecento: la tradizione zarista dell’esilio fu trasformata dai sovietici in un sistema industriale di deportazione, con tassi di mortalità che nessuna colonizzazione volontaria avrebbe tollerato. Le ferrovie abbandonate e i villaggi di deportati sono la misura di un progetto che consumava persone per un risultato spesso inutile.
Ricordare Nazino e la strada morta accanto ai trionfi del petrolio siberiano è il modo per capire su che cosa poggia la ricchezza della regione, e perché la Siberia continui a svuotarsi.
FAQ – Domande frequenti
Quanti deportati finirono in Siberia? Centinaia di migliaia di kulaki nel 1930-31 e poi milioni di persone tra popoli puniti, deportati delle regioni annesse e condannati, senza contare i detenuti dei campi.
Che cosa accadde a Nazino? Nel maggio 1933 circa seimila persone deportate dalle città furono abbandonate su un’isola dell’Ob’ senza cibo: in poche settimane ne morirono più di quattromila, con casi di cannibalismo.
Che cos’è la strada morta? La ferrovia da Salechard a Igarka lungo il circolo polare artico, costruita da centomila detenuti tra il 1949 e il 1953 e abbandonata alla morte di Stalin, con locomotive e binari lasciati nella tundra.
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