Il lavoro forzato nell’URSS
Approfondimento storico in una prospettiva critica
Il lavoro forzato fu una colonna dell’economia sovietica: i detenuti del Gulag, i deportati degli insediamenti speciali, i prigionieri di guerra tedeschi e giapponesi, i «mobilitati» dell’armata del lavoro costruirono canali, ferrovie, miniere, città e persino l’università di Mosca. Fu economicamente inefficiente e umanamente devastante, e sopravvisse in forme minori fino alla fine dell’URSS.
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Chi lavorava per forza
Nel 1953 il lavoro coatto sovietico comprendeva circa 2,5 milioni di detenuti nei campi e nelle colonie, 2,7 milioni di deportati negli insediamenti speciali, gli ultimi prigionieri di guerra dell’Asse, che erano stati oltre tre milioni di tedeschi e seicentomila giapponesi, e i tedeschi sovietici dell’«armata del lavoro», mobilitati nel 1942 in condizioni simili al campo. In tutto, nei momenti di punta, oltre cinque milioni di persone che lavoravano senza salario o con una paga simbolica, sotto scorta o confinate.
Che cosa costruirono
Il canale del Mar Bianco e quello Mosca-Volga, la ferrovia del Bajkal-Amur nella sua prima versione degli anni Trenta e la «strada morta» Salechard-Igarka, le miniere d’oro della Kolyma, il carbone di Vorkuta, il nichel di Noril’sk, le città dell’Artico, i cantieri delle dighe del Volga, l’industria nucleare di Majak e di Arzamas-16, il legname delle foreste del Nord. Nel dopoguerra i prigionieri tedeschi ricostruirono le città distrutte e costruirono i palazzi staliniani di Mosca; l’università sulle colline dei Passeri fu completata con i detenuti.
L’economia del Gulag
L’NKVD e poi l’MVD furono tra i più grandi produttori dell’Unione: negli anni Cinquanta il ministero dell’interno gestiva una quota rilevante dell’oro, del nichel, del legname e delle costruzioni. Ma il lavoro forzato costava più di quanto rendesse: la produttività era bassissima, la mortalità distruggeva la manodopera, la sorveglianza assorbiva centinaia di migliaia di guardie, e già nel 1953 i dirigenti del ministero riconoscevano che i campi erano in perdita. Lo smantellamento dopo Stalin fu anche una scelta economica.
Le basi giuridiche
L’articolo 58 forniva i politici, le leggi del 1932 e del 1940 i «comuni» per furti minimi e ritardi al lavoro, i decreti di deportazione gli insediamenti speciali; nel 1943 fu reintrodotta la katorga, i lavori forzati con pene fino a vent’anni per i «collaborazionisti». La logica era la «rieducazione con il lavoro», proclamata nel 1930 e ripetuta fino al 1991 sulle insegne dei campi: lo Stato riteneva legittimo estrarre lavoro dalla pena e organizzava i campi come imprese.
Dopo il 1953
L’amnistia e le liberazioni ridussero il sistema a una frazione, ma il lavoro coatto non sparì: le colonie correttive restarono industrie con manodopera detenuta, la «chimica», la condanna con obbligo di lavoro in cantieri lontani, fu introdotta negli anni Sessanta, i profilattori di lavoro per alcolisti internarono fino al 1994 centinaia di migliaia di persone, e gli studenti, i soldati e i cittadini furono mobilitati ogni autunno per il raccolto. La Russia di oggi ha ereditato le colonie di lavoro e il loro sistema di produzione.
Curiosità
- L’edificio principale dell’Università statale di Mosca, il più alto dei grattacieli staliniani, fu completato nel 1953 con migliaia di detenuti, alloggiati ai piani già costruiti.
- La «strada morta», la ferrovia da Salechard a Igarka lungo il circolo polare, fu costruita da centomila detenuti tra il 1949 e il 1953 e abbandonata due settimane dopo la morte di Stalin.
- I prigionieri di guerra tedeschi in URSS furono oltre tre milioni; centinaia di migliaia non tornarono. L’ultimo gruppo fu rilasciato nel 1955-56 dopo la visita di Adenauer a Mosca.
- Nel 1953 il ministero dell’interno ammise in un rapporto riservato che il lavoro dei detenuti costava allo Stato più di quanto producesse.
Valutazione critica
Il lavoro forzato sovietico non fu un’efficiente crudeltà ma una crudeltà inefficiente: le grandi opere costarono vite umane e rubli in quantità che nessuna economia avrebbe accettato, e i risultati, dai canali troppo poco profondi alle ferrovie abbandonate, furono spesso inutili. Servì a colonizzare il Nord e a punire, non a produrre.
La sua legittimazione ideologica, la rieducazione attraverso il lavoro, sopravvive nel sistema penitenziario russo e nell’idea, mai abbandonata, che lo Stato possa disporre delle braccia dei cittadini. Le colonie di oggi ne sono la continuazione diretta.
FAQ – Domande frequenti
Quante persone lavoravano forzatamente in URSS? Nel 1953 oltre cinque milioni tra detenuti dei campi, deportati degli insediamenti speciali e prigionieri di guerra; molte di più se si contano i mobilitati e i lavori obbligatori.
Il lavoro forzato era redditizio? No: già nel 1953 i dirigenti del ministero dell’interno riconoscevano che i campi erano in perdita, per la bassa produttività, la mortalità e i costi di sorveglianza.
Che cosa costruirono i detenuti? Canali, ferrovie, miniere, città dell’Artico, dighe, impianti nucleari e persino i grattacieli di Mosca, compresa l’Università statale.
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