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Lituania

Approfondimento storico in una prospettiva critica

La Lituania fu la repubblica baltica che resistette di più e per prima se ne andò: la guerra partigiana nelle foreste durò fino al 1953, la Chiesa cattolica tenne viva l’opposizione per quarant’anni, e l’11 marzo 1990 il suo parlamento dichiarò l’indipendenza, la prima dell’URSS. Il blocco economico e la strage della torre televisiva di Vilnius nel gennaio 1991 non la fermarono.

Impostazione editoriale: questa pagina analizza il tema in chiave storica e critica, senza intenti celebrativi o propagandistici.
Lituania
Vilnius, vicolo acciottolato del centro storico con una chiesa barocca e una Žiguli parcheggiata.

Dall’indipendenza all’annessione

Indipendente dal 1918, la Lituania aveva perso Vilnius, occupata dalla Polonia nel 1920, e la ricevette dall’URSS nell’ottobre 1939 in cambio delle basi militari sovietiche. Il 15 giugno 1940 l’Armata Rossa occupò il paese, in luglio elezioni a lista unica chiesero l’annessione, e il 14 giugno 1941 diciassettemila persone furono deportate in Siberia. Sotto l’occupazione tedesca del 1941-44 fu sterminato il 95 per cento degli ebrei lituani, circa 200.000 persone, con la partecipazione di collaborazionisti locali; Ponary, presso Vilnius, fu il luogo principale delle fucilazioni.

La resistenza

Con il ritorno sovietico nel 1944 iniziò la guerra dei «fratelli della foresta», la più lunga e vasta del Baltico: decine di migliaia di partigiani combatterono fino al 1953, con circa ventimila caduti, mentre le deportazioni del 1945-52 colpirono oltre centotrentamila persone e la collettivizzazione svuotò le campagne. La Chiesa cattolica, perseguitata, divenne il centro dell’identità nazionale: la «Cronaca della Chiesa cattolica di Lituania», pubblicata clandestinamente dal 1972 al 1989, fu il più longevo samizdat sovietico. Nel maggio 1972 lo studente Romas Kalanta si diede fuoco a Kaunas per protesta, e la città insorse per due giorni.

La repubblica sovietica

La Lituania rimase la più lituana delle repubbliche baltiche: nel 1989 i lituani erano l’80 per cento della popolazione, grazie alla minore immigrazione russa e all’alta natalità. L’industria arrivò con i sovietici, dalla raffineria di Mažeikiai alla centrale nucleare di Ignalina, con reattori dello stesso tipo di Chernobyl, e la capitale Vilnius fu ripopolata di lituani dopo l’espulsione dei polacchi. Il partito comunista locale, dal 1988 guidato da Brazauskas, si staccò da Mosca nel dicembre 1989.

L’indipendenza

Il movimento Sąjūdis, fondato nel 1988, vinse le elezioni del febbraio 1990 e l’11 marzo il nuovo parlamento, presieduto da Landsbergis, proclamò il ripristino dell’indipendenza. Gorbačëv rispose con un blocco economico di due mesi e, nel gennaio 1991, con la forza: nella notte del 13 gennaio paracadutisti e carri armati assaltarono la torre della televisione di Vilnius, uccidendo quattordici civili disarmati, ma il parlamento, protetto da migliaia di persone, non fu attaccato. Dopo il golpe di agosto l’URSS riconobbe l’indipendenza; le truppe russe se ne andarono nell’agosto 1993, per prime nel Baltico.

Dopo il 1991

La Lituania ha chiuso Ignalina nel 2009, come condizione dell’ingresso nell’Unione europea e nella NATO nel 2004, ha adottato l’euro nel 2015 ed è il paese baltico con meno russofoni, il che le ha risparmiato la questione della cittadinanza. Le statue sovietiche sono finite nel parco di Grūtas, la sede del KGB di Vilnius è il museo delle occupazioni, il 13 gennaio è la giornata dei difensori della libertà.

Curiosità

  • La Collina delle croci, presso Šiauliai, fu spianata dai sovietici almeno tre volte, nel 1961, 1973 e 1975; i lituani rimisero le croci ogni volta, e oggi sono più di centomila.
  • Il parco di Grūtas, aperto nel 2001 da un imprenditore dei funghi, raccoglie decine di statue di Lenin, Stalin e dirigenti locali rimosse dopo il 1991, in un allestimento che imita un campo di lavoro.
  • La centrale di Ignalina, con i reattori RBMK più potenti mai costruiti, forniva alla Lituania quasi tutta l’elettricità: chiuderla fu il prezzo dell’Europa.
  • L’11 marzo 1990 la Lituania fu la prima repubblica a dichiarare l’indipendenza: undici mesi prima delle altre baltiche.

Valutazione critica

La Lituania mostra che la resistenza al sistema sovietico non fu solo un mito nazionale posteriore: nove anni di guerra partigiana, una Chiesa clandestina, uno studente che si dà fuoco, e infine un parlamento che dichiara l’indipendenza sapendo di rischiare i carri armati. Il prezzo fu altissimo, dalle deportazioni ai quattordici morti del gennaio 1991, e la memoria è complicata dalla collaborazione nello sterminio degli ebrei, che il paese ha faticato a riconoscere.

Che Gorbačëv, il liberatore dell’Europa orientale, abbia mandato i paracadutisti a Vilnius resta una macchia sul suo bilancio, e la prova che anche l’ultimo leader sovietico non era pronto a lasciar andare le repubbliche.

FAQ – Domande frequenti

Quando la Lituania dichiarò l’indipendenza? L’11 marzo 1990, prima repubblica dell’URSS; il riconoscimento sovietico arrivò il 6 settembre 1991, dopo il golpe di agosto.

Che cosa accadde il 13 gennaio 1991? Le truppe sovietiche assaltarono la torre della televisione di Vilnius: quattordici civili furono uccisi e centinaia feriti. Il parlamento non fu attaccato.

Quanti lituani furono deportati? Circa 17.000 nel giugno 1941 e oltre 130.000 tra il 1945 e il 1952, oltre ai partigiani caduti e agli arrestati.

Le immagini sono fotografie d’epoca? No. Le immagini indicate come «ricostruzione illustrativa» sono elaborazioni realizzate per il sito e non vanno confuse con fotografie d’archivio. Le opere di riferimento sono elencate nella bibliografia.

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