Processi politici
Approfondimento storico in una prospettiva critica
Dal processo di Šachty del 1928 ai tre grandi processi di Mosca del 1936-38, dai poeti ebrei fucilati nel 1952 ai dissidenti degli anni Sessanta e Settanta: il processo politico sovietico fu un teatro in cui l’imputato recitava la confessione e la sentenza era scritta prima. Servì a spiegare i fallimenti con il sabotaggio, a eliminare i rivali e, dopo Stalin, a mandare nei campi chi chiedeva il rispetto della Costituzione.
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I processi dei «sabotatori»
Il modello nacque con il processo di Šachty, nel 1928: cinquantatré ingegneri delle miniere del Donbass accusati di sabotaggio in combutta con l’estero, cinque fucilati, in un dibattimento pubblico con confessioni recitate. Seguirono il «Partito industriale» del 1930, con il professor Ramzin che confessò un complotto immaginario e fu poi graziato, i menscevichi del 1931, gli ingegneri britannici della Metro-Vickers nel 1933. In ogni caso la colpa dei fallimenti del piano era attribuita a tecnici, e il paese imparava che il nemico era ovunque.
I processi di Mosca
I tre processi del 1936, 1937 e 1938 portarono alla sbarra la vecchia guardia bolscevica: Zinov’ev e Kamenev, Pjatakov e Radek, Bucharin, Rykov e Jagoda, accusati di aver organizzato con Trockij l’assassinio di Kirov, il sabotaggio e lo spionaggio per la Germania e il Giappone. Le confessioni, ottenute con la tortura, la privazione del sonno e le promesse per le famiglie, furono l’unica prova; il procuratore Vyšinskij chiese la fucilazione dei «cani rabbiosi». Il maresciallo Tuchačevskij e i generali furono giudicati invece in segreto, in un giorno, nel giugno 1937. All’estero i processi divisero l’opinione pubblica; molti intellettuali li difesero.
Il dopoguerra
L’ultimo stalinismo riprese lo strumento: l’«affare di Leningrado» del 1950, con i dirigenti della città fucilati in segreto; il processo al Comitato ebraico antifascista, con tredici imputati, tra cui i maggiori poeti in yiddish, fucilati il 12 agosto 1952; il «complotto dei medici» del gennaio 1953, interrotto dalla morte di Stalin. Nell’Europa orientale i processi di Rajk a Budapest nel 1949 e di Slánský a Praga nel 1952, con consiglieri sovietici, ripeterono il copione con l’aggiunta dell’antisemitismo.
I processi ai dissidenti
Dopo il 1953 il processo politico cambiò forma: non più confessioni ma imputati che si difendevano, accusati di «propaganda antisovietica» o «diffusione di notizie false». Il poeta Brodskij nel 1964 per parassitismo, gli scrittori Sinjavskij e Daniel’ nel 1966, Ginzburg e Galanskov nel 1968, i manifestanti della Piazza Rossa contro l’invasione di Praga nel 1968, i membri dei gruppi di Helsinki, da Orlov a Ščaranskij, nel 1978: le trascrizioni circolarono in samizdat e le condanne, dai cinque ai tredici anni, resero celebri gli imputati in Occidente.
Le riabilitazioni
Il XX Congresso del 1956 avviò le riabilitazioni delle vittime dei processi degli anni Trenta, ma i grandi imputati di Mosca, Bucharin per primo, furono riabilitati solo nel febbraio 1988, sotto Gorbačëv; i condannati dei processi ai dissidenti dopo il 1991. Nessun accusatore, giudice o inquirente fu mai processato. La Russia attuale ha ripreso lo strumento, con processi per «diffusione di notizie false» sull’esercito e per «estremismo» che ricordano da vicino gli articoli 70 e 190-1.
Curiosità
- Al processo Bucharin del 1938 l’imputato ammise la «responsabilità politica» ma negò i singoli crimini in modo così abile che gli osservatori stranieri capirono il gioco; fu fucilato lo stesso.
- L’ambasciatore americano Joseph Davies assistette ai processi di Mosca e scrisse a Washington che gli imputati erano colpevoli: il suo libro «Missione a Mosca» divenne un film di propaganda nel 1943.
- La stenografia del processo Brodskij, presa clandestinamente dalla giornalista Frida Vigdorova, fu il primo documento del samizdat a fare il giro del mondo.
- La notte del 12 agosto 1952, in cui furono fucilati i poeti del Comitato ebraico antifascista, è ricordata come «la notte dei poeti assassinati».
Valutazione critica
Il processo politico sovietico non serviva a giudicare ma a rappresentare: la confessione pubblica dimostrava che il partito aveva sempre ragione e che il nemico era il vicino di casa. La sua efficacia si misura nel numero di intellettuali occidentali che vi credettero e nel silenzio di chi capì e tacque.
La versione post-staliniana, con imputati che si difendevano davanti a tribunali che non ascoltavano, fu meno sanguinaria e più rivelatrice: mostrò che il sistema non reggeva il confronto con un cittadino che citava la sua Costituzione. Il ritorno di quei processi nella Russia di oggi è la misura di quanto poco sia cambiato.
FAQ – Domande frequenti
Che cosa erano i processi di Mosca? I tre processi pubblici del 1936, 1937 e 1938 contro i dirigenti bolscevichi Zinov’ev, Kamenev, Pjatakov, Radek, Bucharin, Rykov e altri, accusati di complotti immaginari e fucilati sulla base delle proprie confessioni estorte.
Perché gli imputati confessavano? Per la tortura, la privazione del sonno, le minacce ai familiari e, in alcuni casi, per la convinzione che un ultimo servizio al partito avesse un senso.
Ci furono processi politici dopo Stalin? Sì, contro i dissidenti, per «propaganda antisovietica»: da Brodskij nel 1964 a Sinjavskij e Daniel’ nel 1966, fino ai membri dei gruppi di Helsinki nel 1978. Le trascrizioni circolarono in samizdat.
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