Caduta dell’URSS
Approfondimento storico in una prospettiva critica
L’ Unione Sovietica cessò di esistere il 26 dicembre 1991, il giorno dopo le dimissioni di Gorbačëv e l’ammainabandiera sul Cremlino. Non fu sconfitta da una guerra: implose in due anni per la crisi economica, il risveglio delle nazioni e la perdita di legittimità di un partito che aveva governato per settant’anni. Questa pagina ricostruisce cause, tappe e conseguenze.
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Le cause di fondo
La stagnazione economica degli anni Settanta, il crollo del prezzo del petrolio nel 1986, il peso della spesa militare e della guerra in Afghanistan, il ritardo tecnologico rispetto all’Occidente e il disastro di Chernobyl avevano svuotato le casse e la credibilità dello Stato. La glasnost fece il resto: quando fu possibile parlare delle carestie, del Gulag, del patto con Hitler, la storia ufficiale si sgretolò, e con essa l’idea che il partito avesse il diritto di comandare. Nelle repubbliche il nazionalismo, mai spento, tornò a essere la forza politica principale.
Il 1989-1990
Le rivoluzioni del 1989 tolsero all’URSS l’impero esterno senza un colpo di fucile. Il 23 agosto 1989 due milioni di persone formarono una catena umana da Tallinn a Vilnius per il cinquantenario del patto Molotov-Ribbentrop; l’11 marzo 1990 la Lituania dichiarò l’indipendenza, seguita nei mesi successivi dalle altre repubbliche baltiche; il 12 giugno 1990 la Russia stessa proclamò la propria sovranità, con El’cin alla guida del parlamento. La «parata delle sovranità» svuotò le leggi dell’Unione; il monopolio del partito, abolito in marzo, non fu sostituito da nulla di stabile. Il 17 marzo 1991 un referendum sul mantenimento di un’ Unione «rinnovata» ottenne il 76 per cento dei sì, ma sei repubbliche lo boicottarono.
Il golpe di agosto
Il 19 agosto 1991, alla vigilia della firma del nuovo trattato dell’Unione negoziato a Novo-Ogarëvo, un comitato di dirigenti conservatori guidato dal vicepresidente Janaev, con il capo del KGB Krjučkov e il ministro della difesa Jazov, dichiarò lo stato d’emergenza e isolò Gorbačëv nella sua residenza di Foros, in Crimea. I carri armati entrarono a Mosca, ma i congiurati non ebbero il coraggio di sparare: El’cin, salito su un carro davanti alla Casa Bianca russa, guidò la resistenza. Il 21 agosto il golpe crollò, dopo la morte di tre giovani; il 23 El’cin sospese il partito comunista in Russia e il 24 l’Ucraina dichiarò l’indipendenza, imitata nelle settimane seguenti da quasi tutte le altre repubbliche.
La dissoluzione
Il 1° dicembre 1991 oltre il 90 per cento degli ucraini votò per l’indipendenza. L’8 dicembre El’cin, Kravčuk e Šuškevič, riuniti nella foresta di Belaveža, dichiararono che l’URSS «cessava di esistere come soggetto di diritto internazionale» e fondarono la Comunità degli Stati indipendenti; il 21 dicembre, ad Alma-Ata, vi aderirono altre otto repubbliche. La sera del 25 dicembre Gorbačëv si dimise in diretta televisiva e alle 19.32 la bandiera rossa fu ammainata dal Cremlino, sostituita dal tricolore russo. Il 26 dicembre il Soviet supremo prese atto della fine dell’Unione.
Le conseguenze
Nacquero quindici Stati indipendenti; la Russia ereditò il seggio all’ONU, l’arsenale nucleare e i debiti. Venticinque milioni di russi si ritrovarono all’estero. Gli anni Novanta portarono un crollo del prodotto interno lordo di circa il 40 per cento, l’iperinflazione, le privatizzazioni selvagge, e guerre nel Nagorno-Karabach, in Transnistria, in Georgia, in Tagikistan e in Cecenia. Nel 2005 Putin definì la dissoluzione dell’URSS «la più grande catastrofe geopolitica del secolo»: da quella lettura discende molto della politica russa successiva.
Curiosità
- La penna con cui Gorbačëv firmò le dimissioni non scriveva: gliene prestò una il presidente della CNN, presente nella stanza.
- Dopo Belaveža El’cin telefonò al presidente americano Bush prima che a Gorbačëv, per informarlo che l’URSS non esisteva più.
- La bandiera ammainata il 25 dicembre 1991 fu sostituita dal tricolore russo dopo pochi minuti, davanti a una Piazza Rossa quasi vuota.
- Il referendum del marzo 1991 è ancora citato dai nostalgici come prova che il popolo non voleva la fine dell’Unione: la domanda, però, riguardava un’ Unione «rinnovata» che non esisteva.
Valutazione critica
L’URSS non fu abbattuta dall’Occidente: si dissolse per l’incapacità del proprio sistema di riformarsi senza crollare, e per la scelta delle élite repubblicane, a cominciare da quella russa, di trasformare il potere di partito in potere statale e poi in proprietà. Il golpe di agosto, che voleva salvare l’Unione, ne accelerò la fine di mesi.
La dissoluzione fu sorprendentemente pacifica rispetto a quella jugoslava, ma i conflitti congelati che lasciò dietro di sé sono tuttora aperti, e il rifiuto russo di accettare la fine dell’impero, formulato da Putin nel 2005, è alla radice della guerra contro l’Ucraina.
FAQ – Domande frequenti
Quando finì l’URSS? Formalmente il 26 dicembre 1991, con la presa d’atto del Soviet supremo; politicamente il 25 dicembre, con le dimissioni di Gorbačëv, e giuridicamente con gli accordi di Belaveža dell’8 dicembre.
Perché crollò? Per la combinazione di crisi economica, perdita di legittimità del partito dopo la glasnost, nazionalismi nelle repubbliche e lotta di potere tra Gorbačëv ed El’cin. Il golpe fallito dell’agosto 1991 diede il colpo finale.
Chi decise la dissoluzione? I presidenti di Russia, Ucraina e Bielorussia a Belaveža, senza consultare Gorbačëv né i parlamenti. Le altre repubbliche aderirono ad Alma-Ata.
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