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Donne

Approfondimento storico in una prospettiva critica

Prime al mondo con il voto, l’aborto legale e la parità sulla carta, le donne sovietiche furono anche le prime a scoprire il «doppio fardello»: la fabbrica di giorno, la coda, la cucina e i figli la sera, con un marito che non aiutava e uno Stato che chiudeva la sezione femminile del partito nel 1930 dichiarando risolta la questione. Erano la metà dei lavoratori e la maggioranza dei medici, e non arrivarono mai al potere.

Impostazione editoriale: questa pagina analizza il tema in chiave storica e critica, senza intenti celebrativi o propagandistici.
Donne
Tre generazioni a tavola in un piccolo appartamento: samovar, tende di pizzo, televisore.

L’emancipazione

I bolscevichi diedero alle donne il voto nel 1917, la parità legale nel matrimonio nel 1918, l’aborto nel 1920 e, con il Ženotdel guidato da Kollontaj e Armand, una sezione del partito che le organizzava e alfabetizzava; in Asia centrale la campagna contro il velo del 1927 le portò in piazza e le espose alla violenza dei familiari. Nel 1930 il Ženotdel fu chiuso: la «questione femminile», dichiarò il partito, era risolta, e le donne servivano all’industrializzazione.

Il lavoro

Negli anni Trenta le donne entrarono in massa nelle fabbriche e nei kolchoz, e dalla guerra in poi furono metà della forza lavoro: nel 1970 il 51 per cento, con un tasso di occupazione tra i più alti del mondo. Erano la maggioranza dei medici, degli insegnanti, degli impiegati, degli operai tessili, e presenti nei cantieri e nelle miniere; ma i settori femminilizzati erano i peggio pagati, e le posizioni di comando, dai direttori ai ministri, restavano maschili. Un medico donna guadagnava meno di un operaio metalmeccanico.

Il doppio fardello

La giornata della donna sovietica finiva quando cominciava il secondo lavoro: la coda per la spesa, uno o due ore al giorno, la cucina senza elettrodomestici, il bucato a mano, i figli, in una casa spesso condivisa. Le indagini sull’uso del tempo degli anni Sessanta e Settanta mostrarono che le donne lavoravano in casa il triplo degli uomini; l’aborto, in media quattro o più nella vita, sostituiva la contraccezione inesistente. La festa dell’8 marzo, giorno festivo dal 1965, celebrava con i fiori ciò che il resto dell’anno negava.

La guerra e i campi

Circa 800.000 donne servirono nell’Armata Rossa durante la guerra, come infermiere ma anche come cecchine, piloti dei reggimenti notturni, carriste; le testimonianze raccolte da Svetlana Aleksievič in «La guerra non ha un volto di donna» ne raccontano la vita e l’oblio del dopoguerra. Nel Gulag le donne furono un decimo dei detenuti, esposte alla violenza dei criminali e delle guardie; le mogli dei «traditori della patria» ebbero campi dedicati, come l’ALŽIR in Kazakistan.

Il potere e il femminismo

Nel Soviet supremo le donne erano un terzo per quota, nel partito meno di un terzo, nel Politburo una sola, Furceva, per quattro anni; nessuna guidò mai una repubblica. Valentina Tereškova, prima donna nello spazio nel 1963, fu il simbolo ufficiale e non volò più. Nel 1979 un gruppo di Leningrado pubblicò in samizdat l’almanacco «La donna e la Russia», primo testo femminista sovietico: le autrici furono espulse dal paese nel 1980. Dopo il 1991 la crisi ha colpito le donne per prime, e la Russia attuale ha depenalizzato le violenze domestiche.

Curiosità

  • L’URSS fu il primo paese a mandare una donna nello spazio, nel 1963; la seconda cosmonauta sovietica, Svetlana Savickaja, volò solo nel 1982, diciannove anni dopo.
  • Le pilote del 46° reggimento di bombardamento notturno, le «streghe della notte», compirono oltre 23.000 missioni con biplani di tela: i tedeschi le temevano più di molti reparti maschili.
  • Le indagini sull’uso del tempo del 1965 mostrarono che una donna sovietica dedicava ai lavori domestici circa 28 ore alla settimana, il marito 12.
  • L’8 marzo divenne giorno festivo in URSS nel 1965 e lo è ancora in quasi tutti i paesi ex sovietici, dove si è trasformato in una festa dei fiori.

Valutazione critica

L’emancipazione sovietica delle donne fu reale e dimezzata: il lavoro, l’istruzione e la parità legale arrivarono prima che in Occidente, ma senza gli strumenti per viverli, senza il potere per cambiarli, e con un patriarcato che lo Stato non toccò mai in casa. La donna sovietica fu liberata per lavorare due volte.

Che il primo testo femminista sovietico sia stato punito con l’esilio, e che la Russia attuale abbia fatto marcia indietro sulle violenze domestiche, dice che la «questione risolta» nel 1930 era stata semplicemente chiusa.

FAQ – Domande frequenti

Le donne sovietiche lavoravano tutte? Quasi: dagli anni Sessanta oltre il 90 per cento delle donne in età lavorativa era occupata o studiava, la percentuale più alta del mondo, nei settori peggio pagati.

Che cos’era il doppio fardello? La somma del lavoro fuori casa e del lavoro domestico, code comprese, che le donne svolgevano quasi da sole: circa il triplo delle ore degli uomini.

Le donne avevano potere politico? Poco: quote nei soviet senza potere, una sola donna nel Politburo in settant’anni, nessuna alla guida di una repubblica o di un ministero importante.

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