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Famiglia

Approfondimento storico in una prospettiva critica

La rivoluzione promise di sciogliere la famiglia borghese, lo stalinismo la rimise al centro dello Stato, il dopoguerra la chiuse in due stanze di una kommunalka con la nonna che allevava i bambini. La famiglia sovietica fu insieme il rifugio dal sistema e il suo strumento: sorvegliata dal collettivo, sostenuta dagli assegni, spezzata dal terrore e dalla guerra, e con i tassi di divorzio più alti del mondo negli anni Settanta.

Impostazione editoriale: questa pagina analizza il tema in chiave storica e critica, senza intenti celebrativi o propagandistici.
Famiglia
Tre generazioni a tavola in un piccolo appartamento: samovar, tende di pizzo, televisore.

La rivoluzione della famiglia

Il codice del 1918 introdusse il matrimonio civile, il divorzio su richiesta di uno dei coniugi, la parità dei figli legittimi e illegittimi; nel 1920 l’aborto divenne legale; nel 1926 furono riconosciute le unioni di fatto. Aleksandra Kollontaj teorizzò l’amore libero e la fine della famiglia come cellula economica; nella pratica la guerra civile e la carestia produssero milioni di orfani e di bambini di strada, e la libertà di divorzio lasciò molte donne sole con i figli.

La svolta staliniana

Nel 1936 il regime riabilitò la famiglia tradizionale: aborto vietato, divorzio costoso e registrato sul passaporto, assegni alle famiglie numerose, propaganda della maternità e della «famiglia socialista» come cellula dello Stato. Il decreto del 1944 rese il divorzio possibile solo per via giudiziaria, negò agli uomini il riconoscimento dei figli fuori dal matrimonio e istituì le medaglie della maternità. Nello stesso tempo il terrore spezzava le famiglie: le mogli dei «traditori» nei campi, i figli negli orfanotrofi dell’NKVD, l’obbligo di rinnegare i parenti arrestati per salvare la carriera.

La famiglia del dopoguerra

La guerra lasciò venti milioni di donne senza uomini della loro generazione e una società di famiglie incomplete; la crisi degli alloggi costrinse tre generazioni in una stanza. La famiglia tipica delle città, dagli anni Sessanta, aveva un figlio o due, i genitori entrambi al lavoro e la nonna, la babuška, che faceva la coda, cucinava e allevava i nipoti; gli asili nido di fabbrica e le scuole a tempo pieno completavano il quadro. Dal 1965 il divorzio tornò semplice e l’URSS ebbe presto uno dei tassi più alti del mondo, con un matrimonio su tre finito entro pochi anni, spesso per l’alcol e per la mancanza di una casa propria.

Lo Stato in famiglia

La famiglia era sostenuta e sorvegliata: assegni, congedi di maternità, alloggi assegnati dal posto di lavoro, ma anche il collettivo che discuteva in assemblea il tradimento di un collega o l’alcolismo di un altro, la scuola che sapeva tutto dei genitori, le portinaie che riferivano. La vita privata era una conquista quotidiana: la cucina, la dacia, il circolo degli amici erano gli spazi in cui la famiglia diventava rifugio, e il luogo dove si diceva ciò che non si poteva dire fuori.

Dopo il 1991

Il crollo dell’Unione colpì le famiglie con la povertà, la disoccupazione maschile, l’alcol e la mortalità: la Russia degli anni Novanta ebbe più divorzi che matrimoni e la natalità crollò. Le politiche del «capitale materno» dagli anni Duemila e la propaganda dei «valori tradizionali» ripetono, con altre parole, la svolta del 1936; la famiglia allargata con la nonna resta la struttura di base in gran parte dell’ex Unione.

Curiosità

  • Nel 1927 in Russia c’erano più divorzi che in qualsiasi altro paese del mondo: il modulo si compilava in pochi minuti alla stessa anagrafe dei matrimoni.
  • Il decreto del 1944 introdusse la «riga vuota» sul certificato di nascita dei figli di padre non registrato: milioni di bambini del dopoguerra crebbero con quel segno.
  • Negli anni Settanta l’URSS aveva un tasso di divorzi secondo al mondo dopo gli Stati Uniti, e tra i più alti in assoluto nelle repubbliche baltiche e in Russia.
  • La babuška, la nonna che accudisce i nipoti mentre i genitori lavorano, era così centrale che i demografi la contavano come fattore di natalità.

Valutazione critica

Lo Stato sovietico usò la famiglia come una leva: la smontò quando voleva liberare le donne per la fabbrica, la rimontò quando gli servivano soldati e obbedienza, la spezzò quando puniva. Il risultato fu una famiglia nucleare fragile, tenuta insieme dalle nonne e schiacciata dalla mancanza di case, in cui la vita privata era una resistenza silenziosa.

La retorica attuale dei «valori tradizionali» in Russia riprende quella del 1936 e ne condivide la logica: la famiglia come proprietà dello Stato, da premiare e da controllare.

FAQ – Domande frequenti

Com’era la famiglia sovietica tipica? Dagli anni Sessanta, nelle città: due genitori al lavoro, uno o due figli, spesso una nonna in casa che accudiva i bambini e faceva la spesa, in un appartamento piccolo o in coabitazione.

Il divorzio era facile? Facilissimo dal 1917 al 1936, difficile e costoso dal 1936 al 1965, di nuovo semplice dopo: negli anni Settanta l’URSS aveva uno dei tassi di divorzio più alti del mondo.

Lo Stato aiutava le famiglie? Con assegni, congedi, asili e alloggi assegnati dal lavoro; ma la penuria di case e i salari bassi rendevano l’aiuto insufficiente, e il collettivo sorvegliava la vita privata.

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