Etnie
Approfondimento storico in una prospettiva critica
Più di cento nazionalità, di cui 128 registrate dall’ultimo censimento: russi per metà, ucraini, uzbeki, bielorussi, kazaki, tatari, ebrei, tedeschi, popoli del Caucaso e del Nord. L’ Unione Sovietica classificò i propri cittadini per etnia, la scrisse sul passaporto e ne fece una gerarchia: promossa negli anni Venti, punita negli anni Trenta e Quaranta, russificata dopo, esplosa nel 1988. Questa pagina spiega il mosaico e le sue linee di frattura.
In questa pagina
Il mosaico
Al censimento del 1989 i russi erano il 50,8 per cento dei 287 milioni di sovietici, gli ucraini il 15,5, gli uzbeki il 5,8, i bielorussi il 3,5, i kazaki il 2,8, gli azeri il 2,4, i tatari il 2,3, gli armeni l’1,6; seguivano tagiki, georgiani, moldavi, lituani, turkmeni, kirghisi, tedeschi, čuvasci, lettoni, baschiri, ebrei ed estoni, tutti sopra il milione, e poi decine di popoli minori, fino alle poche centinaia di persone di alcuni popoli del Nord. La quota russa scendeva da un censimento all’altro per la natalità dell’Asia centrale.
La quinta riga
Dal 1932 il passaporto interno riportava alla quinta riga la nazionalità, scelta a sedici anni tra quelle dei genitori e poi immutabile: un dato che decideva l’accesso all’università, alla carriera, al partito, e che durante le deportazioni e le campagne antisemite valeva una condanna. Le nazionalità erano ordinate in una gerarchia di territori, dalle repubbliche federate ai circondari, e chi non aveva un territorio, come ebrei, tedeschi, coreani, polacchi o greci, era il più esposto.
Promozione e punizione
Negli anni Venti l’«indigenizzazione» promosse lingue, scuole e quadri nazionali, creò alfabeti per decine di popoli e ne inventò alcuni; dagli anni Trenta la stessa politica fu rovesciata: le élite nazionali fucilate come «nazionalisti borghesi», gli alfabeti latini sostituiti dal cirillico, il russo imposto nelle scuole dal 1938. Tra il 1937 e il 1949 interi popoli furono deportati in blocco, coreani, tedeschi, ceceni, ingusci, calmucchi, tatari di Crimea, balcari, karačai, turchi mescheti, con un terzo dei deportati morto nei primi anni. La campagna «anticosmopolita» del 1948-53 colpì gli ebrei come nazione sospetta.
Il popolo sovietico
Dopo Stalin il regime proclamò la nascita di una nuova comunità, il «popolo sovietico», unito dalla lingua russa e dall’ideologia: la russificazione avanzò nelle scuole, nelle città e nell’esercito, i matrimoni misti raggiunsero il 15 per cento, e milioni di persone di nazionalità diversa dichiararono il russo come lingua madre. Nello stesso tempo le repubbliche coltivavano le proprie élite e le proprie clientele, e le nazionalità senza territorio, come gli ebrei, chiedevano di emigrare: tra il 1970 e il 1991 ne partirono quasi un milione.
L’esplosione
La glasnost liberò tutte le domande represse: il Karabach nel 1988, i pogrom di Sumgait e di Baku, gli scontri di Fergana e di Oš, le indipendenze baltiche, il ritorno dei tatari in Crimea. Nel 1991 le nazionalità divennero nazioni, e i venticinque milioni di russi fuori dalla Russia, i deportati senza patria e i confini disegnati per dividere sono l’eredità che le guerre successive, fino all’Ucraina, hanno ereditato. La Russia ha tolto la nazionalità dal passaporto nel 1997.
Curiosità
- Il censimento del 1989 registrò 128 nazionalità; alcune, come i «moldavi» distinti dai romeni o gli «uzbeki» di Samarcanda di lingua tagika, erano in parte costruzioni amministrative.
- Per i popoli senza scrittura i linguisti sovietici crearono negli anni Venti alfabeti latini, sostituiti dal cirillico alla fine degli anni Trenta: i turkmeni e gli uzbeki sono tornati al latino dopo il 1991.
- La «quinta riga» del passaporto valeva come una condanna: nel 1941 bastò la parola «tedesco» per la deportazione di 900.000 cittadini sovietici.
- I matrimoni misti erano il 15 per cento nell’Unione e molto di più nelle grandi città delle repubbliche; i figli sceglievano di regola la nazionalità più conveniente.
Valutazione critica
L’URSS si presentò come la soluzione della questione nazionale e ne fu invece il laboratorio più crudele: classificò, promosse, deportò e russificò i propri popoli secondo le convenienze del momento, con la nazionalità sul passaporto come strumento di controllo. La «fratellanza dei popoli» fu vera nella vita quotidiana di milioni di persone e falsa come politica, e nel 1988 bastarono tre anni di libertà per farla esplodere.
Le guerre del Caucaso, dell’Asia centrale e dell’Ucraina sono tutte, in qualche misura, conti aperti da quella classificazione; la Russia che nel 1997 ha tolto la quinta riga non ha ancora rinunciato a definire chi sia russo e dove.
FAQ – Domande frequenti
Quante nazionalità c’erano in URSS? Il censimento del 1989 ne registrò 128, di cui una ventina sopra il milione di persone; i russi erano poco più della metà della popolazione.
Che cos’era la «quinta riga»? La voce del passaporto interno sovietico, dal 1932, che indicava la nazionalità etnica del cittadino, scelta a sedici anni tra quelle dei genitori e usata per discriminazioni e deportazioni.
Quali popoli furono deportati? Tra il 1937 e il 1949 coreani, tedeschi, finlandesi, calmucchi, karačai, ceceni, ingusci, balcari, tatari di Crimea, turchi mescheti e altri, circa tre milioni di persone in tutto; alcuni non poterono tornare fino alla fine dell’URSS.
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