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Politica delle nazionalità

Approfondimento storico in una prospettiva critica

L’URSS proclamò di aver risolto la questione nazionale e ne fece invece uno strumento di governo: repubbliche disegnate per dividere, élite locali promosse e poi fucilate, popoli interi deportati, un «popolo sovietico» russofono da costruire per fusione. La politica delle nazionalità, teorizzata da Stalin nel 1913, cambiò segno a ogni decennio e alla fine produsse le nazioni che dissolsero l’Unione.

Impostazione editoriale: questa pagina analizza il tema in chiave storica e critica, senza intenti celebrativi o propagandistici.
Politica delle Nazionalita
Mercato affollato dove si incontrano volti e abiti dell’Asia centrale, del Caucaso e della Russia.

La teoria

Nel 1913 Stalin, incaricato da Lenin, definì la nazione come comunità stabile di lingua, territorio, economia e cultura: chi non aveva un territorio, come gli ebrei, non era una nazione. Lenin proclamò il diritto dei popoli all’autodeterminazione fino alla separazione, ma subordinato agli interessi della rivoluzione; nella pratica, il partito unico e centralizzato svuotava il diritto di ogni contenuto. L’ Unione del 1922 fu una federazione di repubbliche nazionali governate da un partito che non era federale.

L’indigenizzazione

Negli anni Venti la politica di «korenizacija», radicamento, promosse le lingue nazionali nelle scuole e negli uffici, formò quadri locali, creò alfabeti, incoraggiò le culture: l’Ucraina si ucrainizzò, l’Asia centrale ebbe i suoi primi dirigenti indigeni. L’obiettivo era togliere al nazionalismo la sua base e legittimare il potere sovietico come non russo. Nello stesso tempo la «delimitazione nazionale» dell’Asia centrale, nel 1924, tracciò confini che tagliavano valli e popoli, e la gerarchia dei territori assegnò a ogni nazionalità un rango.

Il rovesciamento

Dal 1930 il centro cambiò rotta: i dirigenti nazionali furono accusati di «nazionalismo borghese» e fucilati nel 1937-38, l’Ucraina fu colpita dalla carestia e dalle purghe, il russo divenne obbligatorio nel 1938. Tra il 1935 e il 1949 si passò alla punizione collettiva: pulizia etnica delle zone di confine, deportazione dei coreani nel 1937, dei tedeschi nel 1941, di ceceni, ingusci, tatari di Crimea e altri nel 1944, con la soppressione delle loro repubbliche. Nel 1945 Stalin brindò ai russi come «nazione dirigente»; la campagna contro il «cosmopolitismo» del 1948-53 colpì gli ebrei.

Il popolo sovietico

Chruščëv riabilitò la maggior parte dei popoli deportati e teorizzò il «ravvicinamento» delle nazioni verso la loro futura «fusione»; Brežnev proclamò nel 1977 la nascita del «popolo sovietico», comunità storica nuova, e nello stesso tempo lasciò alle repubbliche i loro clan e le loro clientele in cambio della fedeltà. La regola non scritta era chiara: primo segretario locale, secondo segretario russo inviato da Mosca a controllarlo. La russificazione avanzava nelle città e nell’esercito, le nazioni resistevano nelle campagne e nella cultura.

La fine

Nel dicembre 1986 la sostituzione del primo segretario kazako con un russo provocò la rivolta di Alma-Ata; nel 1988 il Karabach, nel 1989 il Baltico e la Georgia, nel 1990 la «parata delle sovranità». La legge sulla secessione dell’aprile 1990, che ne rendeva la procedura quasi impossibile, arrivò troppo tardi; il referendum del marzo 1991 fu boicottato da sei repubbliche. Nel dicembre 1991 le nazioni che l’URSS aveva definito, promosso e represso presero il suo posto, con i confini che aveva disegnato.

Curiosità

  • Stalin scrisse «Il marxismo e la questione nazionale» a Vienna nel 1913, senza conoscere il tedesco: Lenin lo chiamò «il magnifico georgiano».
  • La regola del secondo segretario russo nelle repubbliche non fu mai scritta, ma fu applicata quasi senza eccezioni dagli anni Cinquanta alla fine.
  • La legge sulla secessione del 1990 richiedeva un referendum con due terzi dei voti, un periodo di transizione di cinque anni e l’approvazione finale del Congresso dell’URSS: nessuna repubblica la usò.
  • Nel 1934-36 decine di migliaia di polacchi e tedeschi furono deportati dalle regioni di confine dell’Ucraina in Kazakistan: la prima deportazione etnica sovietica, prima ancora del Grande terrore.

Valutazione critica

La politica delle nazionalità sovietica non fu una soluzione ma una tecnica: definire i popoli per governarli, promuoverli per sottrarli al nazionalismo, punirli quando la promozione produceva élite indipendenti, fondere tutto nel russo. Ogni fase produsse il problema che la fase successiva dovette reprimere, fino al 1991.

Il paradosso finale è che l’URSS creò le nazioni che la distrussero: senza le repubbliche, i confini, gli alfabeti e le élite sovietiche, l’Asia centrale e il Caucaso di oggi non esisterebbero in questa forma. Le guerre post-sovietiche sono la prosecuzione di quella politica con altri mezzi.

FAQ – Domande frequenti

Che cos’era la korenizacija? La politica degli anni Venti di «radicamento» del potere sovietico nelle nazionalità: promozione delle lingue locali, formazione di quadri indigeni, creazione di alfabeti e istituzioni nazionali. Fu rovesciata negli anni Trenta.

Le repubbliche potevano lasciare l’URSS? Sulla carta sì, per le Costituzioni del 1924, 1936 e 1977; nella pratica no, finché esistette il partito unico. La legge del 1990 rese la procedura quasi impossibile, e le repubbliche uscirono di fatto nel 1991.

Che cos’era il «popolo sovietico»? La comunità «storica nuova» proclamata negli anni Sessanta e Settanta, unita dalla lingua russa e dall’ideologia: il tentativo di fondere le nazioni in un’identità sovietica, che la glasnost mostrò inesistente.

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