Grande guerra patriottica
Approfondimento storico in una prospettiva critica
«Grande guerra patriottica» è il nome sovietico della guerra contro la Germania dal 22 giugno 1941 al 9 maggio 1945: una definizione che fa cominciare il conflitto con l’attacco tedesco, tolti i due anni di alleanza con Hitler, e ne fa il mito fondativo dell’Unione e della Russia di oggi. Dietro il mito c’è la guerra vera, la più sanguinosa della storia, combattuta da un popolo che morì a milioni e da un regime che lo mandò a morire senza risparmio.
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Il nome
L’espressione comparve sulla Pravda il 23 giugno 1941, ripresa dalla «guerra patriottica» del 1812 contro Napoleone, e Stalin la fece propria nel discorso del 3 luglio, il primo dopo l’attacco, in cui chiamò i cittadini «fratelli e sorelle»: la lotta di classe lasciò il posto alla patria, alla Chiesa, ai generali zaristi e agli eroi russi. Il nome esclude il 1939-41, il patto, la Polonia, la Finlandia e i baltici, e la guerra con il Giappone: è una periodizzazione politica, che la Russia ha reso legge.
Il 1941
L’attacco tedesco del 22 giugno trovò l’Armata Rossa schierata al confine senza ordini: in un mese furono persi Minsk e la Bielorussia, in settembre Kiev con 665.000 prigionieri, in ottobre a Vjaz’ma altri 600.000, e a dicembre i tedeschi erano a trenta chilometri da Mosca. Tre milioni di prigionieri in sei mesi, due milioni dei quali morirono di fame e freddo nei campi tedeschi entro la primavera; l’ordine 270 dell’agosto 1941 dichiarò traditori i soldati catturati e punì le loro famiglie. La controffensiva di Mosca del 5 dicembre, con le divisioni siberiane e il freddo, salvò la capitale.
La guerra totale
Il 1942 fu l’anno dell’ordine 227 e di Stalingrado, il 1943 quello di Kursk e del passaggio dell’iniziativa, il 1944 dell’operazione Bagration che distrusse il gruppo d’armate Centro in Bielorussia, il 1945 di Berlino. Dietro il fronte l’industria evacuata produceva più carri della Germania, le donne erano metà della forza lavoro e 800.000 in uniforme, i partigiani tenevano le retrovie, il Gulag lavorava, i popoli «colpevoli» erano deportati, e le famiglie ricevevano i «triangoli» delle lettere dal fronte. L’Armata Rossa arrivò a Berlino con dodici milioni di uomini e un’esperienza di guerra che nessun altro esercito aveva.
Il prezzo
Ventisei milioni e seicentomila morti, un settimo della popolazione: 8,7 milioni di soldati, con perdite di dieci a uno nelle offensive del 1941-42, e diciotto milioni di civili nelle regioni occupate, tra sterminio, fame, deportazioni e rappresaglie. Il regime aggiunse i propri: i reparti di sbarramento che sparavano sui soldati in ritirata, i battaglioni penali in cui passarono oltre 400.000 uomini, le fucilazioni dei propri soldati, decine di migliaia, i campi di filtrazione per i prigionieri liberati, le deportazioni dei ceceni, dei tatari e dei tedeschi. La vittoria fu pagata da un popolo che il suo Stato non risparmiò.
Il mito
Stalin non volle una festa: il 9 maggio fu giorno lavorativo dal 1948, i veterani invalidi furono allontanati dalle città, la memoria fu ridotta al condottiero. Fu Brežnev, nel 1965, a fare della vittoria il culto di Stato, con la festa, il milite ignoto, i memoriali di Volgograd e Kiev, i film e le medaglie: il mito della Grande guerra patriottica sostituì la rivoluzione come fondamento del regime. La Russia di Putin lo ha ereditato e ingrandito, con il «reggimento immortale», le parate e la legge che vieta di «equiparare» l’URSS alla Germania nazista, e ha presentato la guerra in Ucraina come la sua continuazione.
Curiosità
- Le lettere dal fronte erano piegate a triangolo e spedite senza busta né francobollo, con il timbro della censura militare: i «triangoli» sono ancora il simbolo della guerra nelle famiglie russe.
- I battaglioni penali, creati con l’ordine 227 del 1942, videro passare oltre 427.000 uomini, condannati a «lavare con il sangue» la colpa nelle missioni più pericolose: le perdite erano tre o sei volte superiori alla media.
- Il 9 maggio, giorno della Vittoria, fu festivo nel 1945-47 e di nuovo solo dal 1965: Stalin lo abolì perché temeva il prestigio dei veterani e di Žukov.
- Il «reggimento immortale», la sfilata con i ritratti dei caduti nata a Tomsk nel 2012 come iniziativa civica, è stata assorbita dallo Stato russo e sfila con il presidente in testa.
Valutazione critica
La Grande guerra patriottica fu una guerra vera e giusta, combattuta contro un invasore che voleva sterminare, e il mito che l’avvolge è uno strumento: serve a far cominciare la storia nel 1941, a nascondere l’ordine 270 e i reparti di sbarramento, a trasformare il sacrificio di un popolo nella legittimità di uno Stato. Onorare i morti e smontare il mito non sono in contraddizione, sono la stessa cosa.
L’uso della vittoria come giustificazione della guerra contro l’Ucraina, il paese che nel 1941-44 perse più di ogni altra repubblica, è il tradimento più completo di quella memoria.
FAQ – Domande frequenti
Che cosa significa Grande guerra patriottica? È il nome sovietico e russo della guerra contro la Germania dal 22 giugno 1941 al 9 maggio 1945, ripreso dalla guerra del 1812 contro Napoleone; esclude gli anni 1939-41 di alleanza con Hitler.
Quanti sovietici morirono? 26,6 milioni secondo il calcolo ufficiale russo del 1993: 8,7 milioni di militari e circa 18 milioni di civili.
Perché il 9 maggio è così importante in Russia? Perché dal 1965 è la festa nazionale della vittoria, e dal 2000 il fondamento della legittimità dello Stato russo, con le parate sulla Piazza Rossa e il reggimento immortale.
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