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Gulag

Approfondimento storico in una prospettiva critica

Gulag è la sigla della Direzione generale dei campi, l’ufficio dell’NKVD che dal 1930 amministrò il sistema sovietico dei campi di lavoro forzato. Per estensione indica l’intero arcipelago di lager, colonie e insediamenti speciali attraverso cui passarono, tra il 1930 e il 1953, circa diciotto milioni di persone, oltre a sei milioni di deportati. Questa pagina ne spiega origini, funzionamento e bilancio.

Impostazione editoriale: questa pagina analizza il tema in chiave storica e critica, senza intenti celebrativi o propagandistici.
Gulag
Baracche di un campo di lavoro nella taiga: torretta di legno, filo spinato, neve al crepuscolo.

Che cos’era

I primi campi di concentramento sovietici furono creati dalla Čeka nel 1918, durante la guerra civile; il modello del lager «produttivo» nacque nel 1923 sulle isole Solovki, nel Mar Bianco. Nel 1930, con la collettivizzazione e le prime ondate di deportati, il sistema fu centralizzato nella Direzione generale dei campi dell’OGPU, dal 1934 dell’NKVD. Accanto ai campi di lavoro correttivo esistevano le colonie per pene brevi e gli «insediamenti speciali» dove vivevano, senza filo spinato ma senza libertà, i kulaki deportati e poi i popoli puniti. Nel gennaio 1950 i detenuti di campi e colonie erano circa 2,5 milioni, il massimo storico; nel 1953 gli insediamenti speciali contavano altri 2,7 milioni di persone.

Chi finiva nel Gulag

I «politici», condannati in base all’articolo 58 per attività controrivoluzionaria, furono in media un quarto o un terzo della popolazione dei campi; il resto erano condannati per reati comuni, spesso minimi: furto di spighe, ritardo sul lavoro, abbandono del posto, puniti con anni di lager dalle leggi del 1932 e del 1940. Ci finirono contadini, operai, intellettuali, membri del partito, prigionieri di guerra sovietici «colpevoli» di essersi arresi, familiari di «traditori», interi gruppi nazionali. Le condanne arrivavano da tribunali speciali e collegi amministrativi, senza processo pubblico; le quote di arresti erano fissate dall’alto.

Lavoro e condizioni

Il Gulag era anche un’impresa economica: il canale Mar Bianco-Baltico (1931-33), il canale Mosca-Volga, l’oro della Kolyma estratto dal trust Dal’stroj, il carbone di Vorkuta, il nichel di Noril’sk, le ferrovie e le città dell’Artico furono costruiti con lavoro forzato. Le razioni dipendevano dal rispetto della norma di produzione, per cui chi si indeboliva mangiava meno e moriva prima: i «dochodjagi», gli «arrivati alla fine», erano la figura più comune dei campi. Freddo, fame, malattie e violenza dei criminali comuni contro i politici completavano il quadro. La mortalità toccò il massimo nel 1942, quando morì circa un quarto dei detenuti; i morti registrati nei campi tra il 1930 e il 1953 sono almeno 1,6 milioni, senza contare chi moriva subito dopo la liberazione o nei trasporti.

Dopo Stalin

L’amnistia del marzo 1953 liberò oltre un milione di detenuti, soprattutto comuni; i politici rimasti si ribellarono a Noril’sk e Vorkuta nel 1953 e a Kengir nel 1954, dove la rivolta durò quaranta giorni prima di essere schiacciata dai carri armati. Tra il 1954 e il 1956 le commissioni di revisione liberarono la maggior parte dei condannati politici. Nel 1960 la Direzione generale dei campi fu formalmente soppressa, ma le colonie penali continuarono a ospitare dissidenti, come a Perm’-36, fino al 1987.

La memoria

«Arcipelago Gulag» di Solženicyn, pubblicato a Parigi nel dicembre 1973, rese il termine universale; i «Racconti della Kolyma» di Šalamov ne sono la testimonianza letteraria più spietata. L’associazione Memorial, nata nel 1989, ha raccolto i nomi di milioni di vittime prima di essere sciolta dalle autorità russe nel 2021. In Russia la memoria del Gulag resta contesa: il museo di Perm’-36 è stato commissariato, mentre il Museo di storia del Gulag di Mosca, fondato nel 2001, è stato chiuso dalle autorità nel novembre 2024.

Curiosità

  • Il trust Dal’stroj, nella Kolyma, arrivò a produrre una parte considerevole dell’oro sovietico con il lavoro dei detenuti.
  • Nel 1934 un volume collettivo firmato da Gor’kij e da altri scrittori celebrò il canale Mar Bianco-Baltico come opera di «rieducazione»: il canale, scavato a mano, era troppo poco profondo per le navi.
  • Nei campi esistevano teatri e orchestre: a Magadan recitarono attori famosi condannati, davanti a un pubblico di funzionari dell’NKVD.
  • «Zek», il nome dei detenuti, viene dall’abbreviazione burocratica z/k di «zaključënnyj», recluso.

Valutazione critica

Il Gulag non fu un incidente del sistema ma una sua istituzione: servì a eliminare gli oppositori reali e immaginari, a terrorizzare la società, a colonizzare territori inabitabili e a fornire manodopera gratuita a un’economia che ne aveva fame. Come impresa fu un fallimento, perché il lavoro forzato è poco produttivo e i costi di sorveglianza enormi; come strumento di potere funzionò fino alla morte di Stalin.

Il confronto con i campi nazisti è ricorrente e va fatto con precisione: il Gulag non era un sistema di sterminio, ma un sistema in cui si moriva in massa di fame, freddo e lavoro, e in cui la condanna colpiva chiunque, a prescindere dalla colpa. Nessun responsabile è mai stato processato.

FAQ – Domande frequenti

Quante persone passarono per il Gulag? Le stime basate sugli archivi indicano circa 18 milioni di persone nei campi e nelle colonie tra il 1930 e il 1953, più circa 6 milioni di deportati negli insediamenti speciali. I morti registrati nei campi sono almeno 1,6 milioni.

Che differenza c’è con i campi nazisti? I lager nazisti di sterminio avevano lo scopo di uccidere; il Gulag di far lavorare, punire e isolare. Nel Gulag si moriva per le condizioni, non per un piano di annientamento, ma su una scala di milioni.

Il Gulag esiste ancora? No. Fu sciolto nel 1960. Il sistema penitenziario russo ha però ereditato le colonie di lavoro, e fino al 1987 vi furono rinchiusi i dissidenti.

Le immagini sono fotografie d’epoca? No. Le immagini indicate come «ricostruzione illustrativa» sono elaborazioni realizzate per il sito e non vanno confuse con fotografie d’archivio. Le opere di riferimento sono elencate nella bibliografia.

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