Migrazioni interne
Approfondimento storico in una prospettiva critica
In URSS ci si spostava perché lo Stato lo decideva, o nonostante lo Stato: contadini deportati o in fuga dalla collettivizzazione, operai reclutati per le fabbriche dell’Est, sfollati della guerra, popoli puniti, volontari delle terre vergini e del Bajkal-Amur, russi mandati nelle repubbliche. Il sistema dei permessi cercò di governare flussi di decine di milioni di persone, e nel 1991 lasciò venticinque milioni di russi fuori dalla Russia.
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Le migrazioni forzate
La deportazione fu il primo strumento: quasi due milioni di kulaki nel 1930-31 negli insediamenti speciali del Nord, degli Urali, della Siberia e del Kazakistan; tre milioni di persone appartenenti ai popoli puniti tra il 1937 e il 1949; i deportati delle regioni annesse nel 1940-41 e nel dopoguerra; e i milioni di detenuti del Gulag, spostati con i convogli attraverso tutto il paese. Le città del Nord e dell’Artico furono popolate così, e molti deportati vi rimasero anche dopo la liberazione.
Il reclutamento e la guerra
Le fabbriche dei piani quinquennali attinsero alle campagne con il reclutamento organizzato, l’orgnabor, e con la fuga spontanea dei contadini dai kolchoz: tra il 1926 e il 1939 le città guadagnarono trenta milioni di abitanti. Nel 1941-42 l’evacuazione verso est spostò in pochi mesi oltre sedici milioni di persone e millecinquecento fabbriche, dalla Russia europea agli Urali, alla Siberia e all’Asia centrale: molti non tornarono, e le città di Sverdlovsk, Čeljabinsk, Novosibirsk e Taškent ne uscirono raddoppiate.
Le grandi campagne
Nel dopoguerra lo Stato mobilitò con l’entusiasmo e con i soldi: le terre vergini del 1954 portarono in Kazakistan e in Siberia centinaia di migliaia di giovani, il Bajkal-Amur degli anni Settanta decine di migliaia di volontari del Komsomol; i «coefficienti del Nord», salari maggiorati e ferie lunghe per chi lavorava nell’Artico o in Estremo Oriente, il «rublo lungo», attirarono milioni di persone nelle regioni del petrolio e del gas. Il flusso principale, però, fu quello dei russi verso le repubbliche: nel 1989 venticinque milioni vivevano fuori dalla Russia, nelle città dell’Ucraina, del Kazakistan, del Baltico e dell’Asia centrale.
La propiska
Il permesso di residenza, introdotto nel 1932 insieme al passaporto interno, subordinava il diritto di abitare in una città alla concessione della polizia: senza propiska non c’erano lavoro, alloggio, scuola né ospedale. I contadini, senza passaporto fino al 1974, non potevano lasciare il kolchoz senza autorizzazione; i condannati non potevano tornare nelle grandi città, e vivevano oltre il «centounesimo chilometro». Il sistema non fermò le migrazioni, che avvenivano attraverso il matrimonio, i permessi temporanei o l’illegalità, ma le rese un privilegio e un ricatto.
Dopo il 1991
La dissoluzione trasformò le migrazioni interne in migrazioni tra Stati: milioni di russi lasciarono l’Asia centrale e il Caucaso, i tedeschi partirono per la Germania, gli ebrei per Israele, e dal 2000 milioni di lavoratori dell’Asia centrale sono arrivati in Russia. La propiska sopravvive in forma di registrazione, e i venticinque milioni di russi «all’estero» sono diventati un argomento della politica di Mosca, fino alla guerra.
Curiosità
- L’evacuazione del 1941-42 spostò verso est più persone di tutte le migrazioni europee del decennio precedente, in sei mesi e per ferrovia.
- Il «centounesimo chilometro» indicava la distanza minima da Mosca e Leningrado a cui potevano vivere gli ex detenuti e gli «elementi indesiderabili»; l’espressione è rimasta nella lingua.
- I lavoratori del Nord con i «coefficienti» potevano guadagnare il doppio dei colleghi di Mosca e andare in pensione prima: il Nord era l’unico luogo dell’URSS dove si emigrava per arricchirsi.
- Nel 1989 i russi erano il 38 per cento della popolazione del Kazakistan, il 34 della Lettonia, il 30 dell’Estonia, il 22 dell’Ucraina.
Valutazione critica
Le migrazioni sovietiche furono decise dall’alto e subite dal basso: nessun paese moderno ha spostato tanti dei propri cittadini con la forza, dai kulaki ai popoli deportati ai detenuti, e nessuno ha vincolato tanto la libertà di movimento degli altri. Le migrazioni volontarie, dalle terre vergini al Nord, furono reali ma sempre dentro un sistema in cui lo Stato decideva chi meritava di vivere dove.
La diaspora russa nelle repubbliche, prodotta da decenni di politiche di popolamento, è la questione irrisolta del 1991: minoranza in Estonia e Lettonia, argomento di guerra in Ucraina, presenza in declino ovunque.
FAQ – Domande frequenti
Quanti sovietici furono deportati? Circa due milioni di kulaki nel 1930-31, tre milioni tra i popoli puniti dal 1937 al 1949, centinaia di migliaia dalle regioni annesse, oltre ai milioni di detenuti del Gulag.
Che cos’era il rublo lungo? L’espressione per i salari maggiorati con i «coefficienti del Nord» e dell’Estremo Oriente, che attiravano lavoratori nelle regioni del petrolio, del gas e delle miniere.
Perché tanti russi vivevano nelle repubbliche? Per le politiche di industrializzazione e popolamento che dagli anni Trenta mandarono quadri e operai russi nelle capitali e nelle città industriali delle repubbliche: nel 1989 erano venticinque milioni.
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