Molotov
Approfondimento storico in una prospettiva critica
Vjačeslav Molotov, «il martello», fu per trent’anni l’ombra di Stalin: capo del governo dal 1930 al 1941, firmatario del patto con Ribbentrop e delle liste di fucilazione, ministro degli esteri della guerra e della Guerra fredda, l’uomo del «njet» all’ONU, con la moglie nel Gulag e la firma sulla sua condanna. Sconfitto da Chruščëv nel 1957, espulso dal partito nel 1962 e riammesso nel 1984, morì a 96 anni nel 1986 senza aver rinnegato nulla: l’ultimo bolscevico di Lenin, e il più fedele di Stalin.
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Il bolscevico
Nato Skrjabin nel 1890 a Kukarka, sulla Vjatka, da una famiglia di impiegati, bolscevico dal 1906 e redattore della prima Pravda nel 1912, prese il nome «Molotov», dal martello, e nel 1917 fu tra i dirigenti del partito a Pietrogrado prima del ritorno di Lenin; segretario del Comitato centrale dal 1921, fu tra i primi a legarsi a Stalin, che lo portò nel Politburo nel 1926 e ne fece il proprio strumento nella lotta con Trockij, Zinov’ev e Bucharin. Lenin lo chiamava «il miglior archivista» per la pedanteria; Stalin lo chiamava «il sedere di pietra».
Il capo del governo
Presidente del Consiglio dei commissari del popolo dal dicembre 1930 al maggio 1941, Molotov guidò lo Stato nella collettivizzazione, nella carestia del 1932-33, di cui fu uno dei responsabili con le requisizioni in Ucraina, e nel Grande terrore, in cui firmò con Stalin le liste di fucilazione di decine di migliaia di persone, 372 liste, e le annotò con i propri commenti; fu tra i firmatari della decisione di Katyn’ del marzo 1940. Fedele senza riserve, non intervenne quando la moglie Polina Žemčužina, ministro e amica della moglie di Stalin, fu espulsa dal partito nel 1948 e arrestata nel 1949: si astenne nel voto, poi si pentì dell’astensione.
Il ministro degli esteri
Nel maggio 1939 sostituì Litvinov agli esteri per trattare con Berlino: firmò il 23 agosto il patto con Ribbentrop e in settembre la spartizione della Polonia, visitò Hitler nel novembre 1940, annunciò alla radio l’attacco tedesco il 22 giugno 1941 con la frase «la nostra causa è giusta, il nemico sarà sconfitto», negoziò con Churchill e Roosevelt a Teheran, Jalta e Potsdam, e dal 1945 fu il «signor njet» delle Nazioni Unite e delle conferenze della Guerra fredda, con il rifiuto del piano Marshall. Nel 1949 Stalin lo tolse dal ministero e lo tenne in sospetto fino alla morte; Molotov continuò ad ammirarlo.
La caduta
Tornato agli esteri nel 1953, Molotov si oppose alla destalinizzazione, alla riconciliazione con Tito e al rapporto segreto del 1956; nel giugno 1957, con Malenkov e Kaganovič, tentò di deporre Chruščëv nel Presidium e fu sconfitto dal Comitato centrale convocato con gli aerei dell’esercito da Žukov, il «gruppo antipartito». Fu mandato ambasciatore in Mongolia, poi rappresentante all’agenzia atomica di Vienna, espulso dal partito nel 1962 dopo il XXII Congresso e pensionato a Mosca con la moglie, liberata nel 1953 e mai pentita, fino alla morte di lei nel 1970.
Il vecchio
Negli ultimi vent’anni Molotov ricevette il poeta Feliks Čuev per centoquaranta conversazioni, pubblicate nel 1991 come il testamento di un uomo che difendeva tutto: il terrore come necessità contro la quinta colonna, il patto come capolavoro, Katyn’ come giusta, Stalin come genio, la moglie sacrificata come dovere; chiese ogni anno la riammissione nel partito e la ottenne da Černenko nel luglio 1984, a 94 anni. Morì l’8 novembre 1986, il giorno dopo l’anniversario della rivoluzione, e fu sepolto a Novodevičij accanto alla moglie; il nipote Vjačeslav Nikonov è deputato di Russia Unita.
Curiosità
- Molotov firmò 372 liste di fucilazione del Grande terrore, più di ogni altro dirigente tranne Stalin, e ne annotò alcune di suo pugno, cambiando le condanne al campo in fucilazioni: «VMN», la pena capitale, accanto ai nomi.
- Quando la moglie Polina fu espulsa dal partito nel dicembre 1948 Molotov si astenne; pochi giorni dopo scrisse a Stalin una lettera di autocritica per l’astensione e votò per l’espulsione. La moglie fu arrestata e deportata; Molotov le portava fiori.
- Il 22 giugno 1941 fu Molotov, non Stalin, ad annunciare alla radio l’attacco tedesco a mezzogiorno: Stalin non parlò per undici giorni, e la frase «la nostra causa è giusta» diventò lo slogan della guerra.
- Nelle conversazioni con Čuev, negli anni Settanta, Molotov disse di considerare la carestia e il terrore un prezzo necessario e di attendere il ritorno del comunismo; alla domanda se avesse rimpianti rispose di no.
Valutazione critica
Molotov fu il burocrate del terrore: nessun dirigente sovietico ha firmato più condanne, nessuno ha servito Stalin con più costanza, e nessuno lo ha difeso più a lungo, fino al 1986, con la lucidità di chi sapeva. Il patto con Ribbentrop e l’astensione sulla moglie sono le due facce di un uomo per cui il partito era tutto e le persone niente, comprese le proprie.
La sua riammissione nel 1984 e il nipote deputato dicono che il sistema non lo ha mai rinnegato: Molotov è la continuità sovietica in una biografia, dal 1906 al 1986 senza un dubbio.
FAQ – Domande frequenti
Chi era Molotov? Vjačeslav Skrjabin, detto Molotov, nato nel 1890: bolscevico dal 1906, capo del governo dal 1930 al 1941, ministro degli esteri dal 1939 al 1949 e dal 1953 al 1956, firmatario del patto con Ribbentrop e delle liste del terrore; morì nel 1986.
Perché il patto porta il suo nome? Perché lo firmò a Mosca il 23 agosto 1939 con il ministro tedesco Ribbentrop, come ministro degli esteri sovietico; il protocollo segreto spartì l’Europa orientale tra URSS e Germania.
Che cosa accadde a sua moglie? Polina Žemčužina, ministro e dirigente, fu espulsa dal partito nel 1948 e deportata nel 1949 con l’accusa di legami con gli ebrei e Israele; Molotov si astenne e poi votò l’espulsione. Fu liberata nel 1953 dopo la morte di Stalin.
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