Collettivizzazione
Approfondimento storico in una prospettiva critica
Con la collettivizzazione forzata, tra il 1929 e il 1933, lo Stato sovietico distrusse l’agricoltura contadina e sostituì venticinque milioni di aziende familiari con i kolchoz e i sovchoz. Fu una guerra contro le campagne: deportazione di quasi due milioni di «kulaki», abbattimento di metà del bestiame, carestia con milioni di morti, e un’agricoltura che non sarebbe più riuscita a nutrire il paese.
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Che cosa fu
Dopo la crisi degli ammassi del 1927-28, quando i contadini rifiutarono di vendere il grano a prezzi imposti, Stalin scelse la strada della coercizione. Nel novembre 1929 proclamò «l’anno della grande svolta», nel dicembre annunciò la «liquidazione dei kulaki come classe» e nel gennaio 1930 il partito fissò il ritmo: collettivizzazione integrale delle regioni cerealicole entro uno o due anni. Brigate di operai urbani, i «venticinquemila», e funzionari di partito costrinsero i villaggi a entrare nei kolchoz, aziende collettive che consegnavano allo Stato quote obbligatorie di prodotti a prezzi irrisori.
La dekulakizzazione
Il termine «kulak», «pugno», indicava in teoria il contadino ricco; in pratica chiunque si opponesse. Il decreto del 30 gennaio 1930 divise i kulaki in tre categorie: i primi da fucilare o internare nei campi, i secondi da deportare in regioni remote, i terzi da reinsediare nella stessa regione con la terra confiscata. Circa 1,8 milioni di persone furono deportate nel 1930-31 negli «insediamenti speciali» del Nord, degli Urali, della Siberia e del Kazakistan, dove morirono a centinaia di migliaia di fame e freddo; altre centinaia di migliaia seguirono negli anni successivi.
La resistenza
Le campagne risposero con la rivolta e con la distruzione. Nel solo 1930 l’OGPU registrò quasi 14.000 sommosse contadine con oltre due milioni di partecipanti, represse con le truppe. I contadini macellarono il bestiame piuttosto che consegnarlo: tra il 1928 e il 1933 i bovini passarono da 70 a 38 milioni di capi, i cavalli da 33 a 17. Il 2 marzo 1930 Stalin, con l’articolo «Vertigine da successo», scaricò gli eccessi sui funzionari locali e concesse una pausa; milioni di contadini uscirono dai kolchoz, per esservi riportati dall’autunno. Nel 1937 il 93 per cento delle aziende era collettivizzato.
La carestia
Le requisizioni sul raccolto mediocre del 1932 produssero la carestia del 1932-33: tra 5,5 e 7 milioni di morti in Ucraina, nel Kuban’, sul Volga e in Kazakistan, dove la sedentarizzazione forzata dei nomadi uccise oltre un terzo della popolazione kazaka. Lo Stato continuò a esportare grano e negò ogni aiuto. La legge del 7 agosto 1932 punì con la morte o dieci anni di lager il furto di «proprietà socialista», comprese le spighe raccolte nei campi.
Il kolchoz
Nel kolchoz i contadini lavoravano per «giornate di lavoro» contabili, pagate in natura e in modo residuale, dopo le consegne allo Stato; le stazioni di macchine e trattori, con i loro reparti politici, controllavano la campagna. A tenere in vita le famiglie fu l’orticello privato di un quarto o mezzo ettaro, che per tutto il periodo sovietico produsse una quota sproporzionata di verdure, latte e carne. Fino al 1974 i contadini non ebbero il passaporto interno e non potevano lasciare il villaggio senza permesso: la «seconda servitù della gleba». Le terre vergini di Chruščëv, i miglioramenti salariali degli anni Sessanta e gli investimenti di Brežnev non risolsero mai il deficit alimentare, coperto dal 1963 con importazioni di grano.
Curiosità
- Pavlik Morozov, il ragazzo che avrebbe denunciato il padre kulak e sarebbe stato ucciso dai parenti nel 1932, divenne l’eroe dei pionieri; la storia è in gran parte costruita dalla propaganda.
- I «venticinquemila» operai inviati dalle città a collettivizzare le campagne divennero i protagonisti del romanzo di Šolochov «Terre dissodate».
- Negli anni Ottanta gli orti privati, con circa il tre per cento della terra coltivata, producevano un quarto della produzione agricola sovietica.
- La collettivizzazione fu esportata dopo il 1945 in tutta l’Europa orientale, tranne che in Polonia e in Jugoslavia, dove i contadini resistettero.
Valutazione critica
La collettivizzazione fu una scelta politica, non economica: serviva a controllare le campagne, a estrarre il grano per l’industrializzazione e a eliminare l’ultima classe indipendente dallo Stato. I suoi risultati produttivi furono negativi per decenni; i suoi costi umani, tra deportazioni e carestia, si contano in milioni di morti. La meccanizzazione che la propaganda attribuiva ai kolchoz sarebbe stata possibile senza distruggere l’agricoltura.
Il sistema che ne uscì, con contadini legati alla terra senza passaporto e senza incentivi, spiega perché l’URSS, il paese con più terra coltivabile del mondo, importasse grano dagli Stati Uniti e dal Canada. La decollettivizzazione dopo il 1991 è stata lenta e incompleta.
FAQ – Domande frequenti
Che differenza c’è tra kolchoz e sovchoz? Il kolchoz era formalmente una cooperativa i cui membri ricevevano una quota del prodotto; il sovchoz era un’azienda di Stato con lavoratori salariati. Nella pratica entrambi dipendevano dai piani e dalle consegne obbligatorie.
Chi erano i kulaki? In teoria i contadini benestanti che impiegavano lavoro salariato; in pratica la categoria fu estesa a chiunque si opponesse ai kolchoz, e le quote di deportazione furono fissate dall’alto.
Quante persone morirono? Tra 5,5 e 7 milioni nella carestia del 1932-33, cui vanno aggiunte le centinaia di migliaia di deportati morti negli insediamenti speciali.
Quando finì? I kolchoz sopravvissero fino alla fine dell’URSS. Le riforme degli anni Novanta li trasformarono in società agricole; la piccola proprietà contadina non è mai tornata su larga scala.
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