Industrializzazione
Approfondimento storico in una prospettiva critica
In dodici anni, dal 1928 al 1940, l’Unione Sovietica passò da paese agricolo a seconda potenza industriale d’Europa. L’industrializzazione forzata dei piani quinquennali costruì Magnitogorsk, la diga sul Dnepr, la metropolitana di Mosca e l’industria bellica che vinse la guerra; fu pagata dai contadini collettivizzati, dai detenuti del Gulag e da una generazione di operai che visse in baracca.
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Il punto di partenza
Nel 1913 la Russia era la quinta potenza industriale del mondo, ma con un’industria concentrata in poche città e una popolazione per quattro quinti contadina. Guerra e guerra civile distrussero gran parte di quel patrimonio; con la NEP la produzione tornò ai livelli prebellici solo nel 1926-27. Nel partito si discusse a lungo come finanziare il salto: Preobraženskij teorizzò un’«accumulazione socialista originaria» a spese delle campagne, Bucharin difese uno sviluppo graduale in equilibrio con i contadini. Stalin scelse la prima via, e la spinse oltre.
Il primo piano quinquennale
Il piano approvato nel 1929 e proclamato compiuto nel 1932 puntò tutto sull’industria pesante. Con l’aiuto di ingegneri e imprese americane e tedesche nacquero i giganti: il combinato siderurgico di Magnitogorsk, modellato su quello di Gary nell’Indiana; la diga del Dnepr, la più grande d’Europa, diretta dall’americano Hugh Cooper; le fabbriche di trattori di Stalingrado e Char’kov, progettate dallo studio di Albert Kahn, che disegnò oltre cinquecento stabilimenti sovietici; l’automobilistica GAZ di Gor’kij su licenza Ford. Nel 1935 fu inaugurata la metropolitana di Mosca. Nel febbraio 1931 Stalin aveva fissato l’imperativo: «siamo indietro di cinquanta o cento anni; dobbiamo colmare la distanza in dieci, o ci schiacceranno».
Il costo umano
La manodopera venne dalle campagne collettivizzate: milioni di contadini in fuga o reclutati, alloggiati in baracche e tende, senza qualifiche e con norme di produzione crescenti. L’americano John Scott, operaio a Magnitogorsk, descrisse un cantiere in cui gli incidenti mortali erano quotidiani e il freddo uccideva quanto i crolli. I canali, le ferrovie e le città del Nord furono opera del Gulag. I fallimenti del piano furono attribuiti al «sabotaggio»: i processi di Šachty nel 1928, del «Partito industriale» nel 1930 e degli ingegneri della Metro-Vickers nel 1933 mandarono in prigione o davanti al plotone tecnici colpevoli di aver detto che gli obiettivi erano impossibili.
I risultati
Tra il 1928 e il 1940 la produzione di acciaio passò da 4 a 18 milioni di tonnellate, quella di carbone da 35 a 166 milioni, l’energia elettrica da 5 a 48 miliardi di chilowattora; la popolazione urbana raddoppiò, da 26 a 56 milioni. Secondo le stime occidentali la produzione industriale triplicò, secondo quelle ufficiali crebbe di sei volte. Nello stesso periodo i consumi pro capite calarono, l’agricoltura crollò e la qualità dei prodotti restò bassa: fu una crescita di quantità, ottenuta in settori scelti dallo Stato.
Dopo la guerra
Nel 1941 oltre millecinquecento fabbriche furono smontate e trasferite a est degli Urali in pochi mesi, un’operazione senza precedenti che permise di continuare la produzione bellica. Il quarto piano ricostruì il paese distrutto ripetendo lo schema: industria pesante e armamenti prima di tutto. L’URSS arrivò agli anni Ottanta come gigante industriale con impianti obsoleti, incapace di produrre beni di consumo competitivi e di seguire la rivoluzione informatica.
Curiosità
- Albert Kahn, l’architetto delle fabbriche Ford di Detroit, progettò dal suo studio di Mosca più di cinquecento stabilimenti sovietici tra il 1929 e il 1932.
- La GAZ di Gor’kij produsse dal 1932 su licenza la Ford A e il camion Ford AA, che divennero la GAZ-A e la GAZ-AA, spina dorsale dei trasporti sovietici.
- Hugh Cooper, l’ingegnere americano della diga del Dnepr, fu il primo straniero a ricevere l’Ordine della Bandiera rossa del lavoro.
- Nel 1941 le fabbriche evacuate a est ripresero a produrre in media entro due o tre mesi dall’arrivo, spesso a cielo aperto, prima che i capannoni fossero costruiti.
Valutazione critica
L’industrializzazione sovietica fu un successo misurabile e un disastro umano, e le due cose vanno tenute insieme. Senza l’industria degli anni Trenta l’URSS non avrebbe vinto la guerra; ma la stessa industria fu costruita affamando le campagne e con un uso del lavoro coatto che nessun bilancio contabile giustifica, e una parte dei risultati fu ottenuta con tecnologia e know-how comprati dall’Occidente in cambio del grano sottratto ai contadini.
L’alternativa esisteva: la NEP aveva mostrato una crescita più lenta ma senza carestie. La scelta di Stalin fu politica, e il modello che ne uscì, ossessionato dall’acciaio e cieco ai consumi, fu la causa strutturale della stagnazione successiva.
FAQ – Domande frequenti
Quanto fu rapida l’industrializzazione? Molto: in dodici anni la produzione industriale almeno triplicò e la popolazione urbana raddoppiò. Fu il ritmo più alto mai registrato fino ad allora, ottenuto però da una base bassa e a costi enormi.
Chi pagò? I contadini, attraverso la collettivizzazione e le requisizioni; gli operai, con salari reali in calo e condizioni di vita durissime; i detenuti del Gulag, con il lavoro forzato.
L’Occidente aiutò l’URSS? Sì: imprese americane e tedesche fornirono progetti, macchinari e tecnici, pagati con l’esportazione di grano, legname e oro, anche durante la carestia del 1932-33.
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