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Controllo sociale

Approfondimento storico in una prospettiva critica

Il controllo sovietico non passava solo dalla polizia politica: passava dal posto di lavoro, dal libretto che seguiva l’operaio per tutta la vita, dal comitato di casa, dalle pattuglie volontarie, dai tribunali dei compagni, dalla legge contro il «parassitismo», dalla psichiatria. Il cittadino era sorvegliato da chi gli stava accanto, e imparava a sorvegliare se stesso. Questa pagina descrive gli strumenti quotidiani della disciplina.

Impostazione editoriale: questa pagina analizza il tema in chiave storica e critica, senza intenti celebrativi o propagandistici.
Controllo Sociale
Cucina di un appartamento sovietico: la famiglia ascolta la radio a valvole, il giornale sul tavolo.

Il collettivo

Il luogo di lavoro era la cellula del controllo: il libretto di lavoro, introdotto nel 1938, registrava ogni impiego e ogni licenziamento e non si poteva cambiare lavoro senza consegnarlo; la «caratteristica», la referenza firmata dal direttore, dal segretario di partito e dal sindacato, serviva per ogni domanda, dall’università al viaggio all’estero. Il collettivo discuteva in assemblea i comportamenti privati dei suoi membri, dal divorzio all’alcol, e la reputazione nel collettivo decideva l’alloggio, le ferie, la pensione.

I cittadini che sorvegliano

Dal 1959 i «družinniki», volontari con la fascia rossa, pattugliavano le strade con la polizia; i tribunali dei compagni giudicavano nelle fabbriche e nei caseggiati le infrazioni minori con ammonizioni pubbliche; i comitati di casa e le portinaie riferivano sugli inquilini; le organizzazioni femminili e giovanili «rieducavano» chi sbagliava. Il tessuto di informatori del KGB, milioni secondo le stime, era la parte invisibile di un sistema in cui la delazione era un dovere civico insegnato a scuola con l’esempio di Pavlik Morozov.

Le leggi della disciplina

Il decreto del 1961 contro il «parassitismo» puniva con il confino chi non aveva un lavoro ufficiale: fu usato contro il poeta Brodskij nel 1964 e contro i dissidenti licenziati. Le leggi del 1940 avevano reso reato il ritardo e l’assenteismo; i centri di disintossicazione della polizia, i «vytrezviteli», raccoglievano gli ubriachi e informavano il posto di lavoro; l’arresto amministrativo di quindici giorni colpiva il «teppismo minore». La propiska decideva dove si poteva vivere, il passaporto interno chi si era.

La psichiatria

Dagli anni Sessanta la psichiatria divenne uno strumento contro il dissenso: la diagnosi di «schizofrenia latente», elaborata dalla scuola dell’istituto Serbskij di Mosca, permetteva di internare a tempo indeterminato chi criticava il sistema senza un processo, negli ospedali psichiatrici speciali del ministero dell’interno, con neurolettici e insulina. Le vittime documentate furono centinaia; nel 1983 la società psichiatrica sovietica lasciò l’associazione mondiale per evitare l’espulsione.

L’autocontrollo

Il risultato del sistema fu l’interiorizzazione: sapere che cosa si poteva dire, a chi, dove; usare il telefono con cautela, parlare in cucina, non firmare, non distinguersi. La società sovietica degli ultimi decenni non era terrorizzata come negli anni Trenta, ma disciplinata da una rete di piccole dipendenze che rendeva il conformismo la scelta razionale. Dopo il 1991 gli strumenti sono caduti; l’abitudine, in parte, è rimasta.

Curiosità

  • Il libretto di lavoro del 1938 esiste ancora in Russia, in versione cartacea e dal 2020 elettronica: segue il lavoratore per tutta la carriera.
  • I družinniki, i volontari con la fascia rossa, arrivarono a essere quattordici milioni negli anni Ottanta: uno ogni venti abitanti.
  • Al processo del 1964 la giudice chiese a Brodskij chi lo avesse autorizzato a dirsi poeta; fu condannato a cinque anni di lavoro forzato per parassitismo e liberato dopo diciotto mesi per le proteste internazionali.
  • L’istituto Serbskij, che elaborò la diagnosi di «schizofrenia latente» usata contro i dissidenti, è ancora oggi il principale centro di psichiatria forense della Russia.

Valutazione critica

Il controllo sociale sovietico fu più capillare della polizia politica perché non aveva bisogno di essa: bastavano il libretto, la caratteristica, il collettivo e la portinaia per tenere in riga un paese, con il KGB come ultima istanza. Era un sistema di dipendenze in cui ogni cittadino era insieme sorvegliato e sorvegliante, e la delazione una forma di partecipazione.

La psichiatria punitiva fu il suo aspetto più infame, perché negava al dissenso persino la dignità del reato. Che i suoi strumenti, dal libretto di lavoro all’istituto Serbskij, esistano ancora, dice quanto poco la transizione abbia toccato le abitudini.

FAQ – Domande frequenti

Che cos’era il libretto di lavoro? Un documento introdotto nel 1938 che registrava tutta la carriera lavorativa del cittadino, con assunzioni, licenziamenti e sanzioni; senza di esso non si poteva essere assunti. Esiste ancora in Russia.

Che cos’era il parassitismo? Il reato, dal 1961, di non avere un’occupazione ufficiale: puniva con il confino chi viveva di lavori non riconosciuti dallo Stato, e fu usato contro artisti e dissidenti.

La psichiatria era usata contro i dissidenti? Sì, dagli anni Sessanta: la diagnosi di «schizofrenia latente» permetteva di internare gli oppositori senza processo negli ospedali psichiatrici speciali. Le vittime documentate sono centinaia.

Le immagini sono fotografie d’epoca? No. Le immagini indicate come «ricostruzione illustrativa» sono elaborazioni realizzate per il sito e non vanno confuse con fotografie d’archivio. Le opere di riferimento sono elencate nella bibliografia.

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