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Libertà di movimento

Approfondimento storico in una prospettiva critica

Un cittadino sovietico non poteva scegliere dove vivere né decidere di partire: il passaporto interno e la propiska decidevano la residenza, i contadini non ebbero documenti fino al 1974, le città chiuse e le zone di frontiera erano vietate, e il passaporto per l’estero era una concessione riservata a pochi, in gruppo e sorvegliati. L’emigrazione fu per decenni un reato, poi un privilegio negoziato; il diritto di partire arrivò solo nel 1991.

Impostazione editoriale: questa pagina analizza il tema in chiave storica e critica, senza intenti celebrativi o propagandistici.
Liberta di Movimento
Cucina di un appartamento sovietico: la famiglia ascolta la radio a valvole, il giornale sul tavolo.

Il passaporto interno

Introdotto nel dicembre 1932, in piena carestia, il passaporto interno registrava nazionalità, residenza e stato civile e andava presentato a ogni controllo; senza propiska, la registrazione della residenza rilasciata dalla polizia, non si poteva vivere in una città, lavorare, sposarsi o iscrivere i figli a scuola. I contadini dei kolchoz non ricevettero il passaporto fino alla riforma del 1974, completata nel 1981: per quarant’anni non poterono lasciare il villaggio senza permesso, come i servi della gleba.

Le città chiuse e le zone vietate

Decine di città con impianti militari o nucleari, da Vladivostok a Sebastopoli, da Gor’kij alle città segrete senza nome, erano chiuse agli stranieri e ai sovietici senza permesso; la zona di frontiera, profonda fino a decine di chilometri, richiedeva un lasciapassare; molte regioni erano interdette ai turisti stranieri, che viaggiavano su itinerari fissati dall’Intourist con accompagnatori. Le mappe in vendita erano deliberatamente imprecise.

Viaggiare all’estero

Il passaporto per l’estero non era un diritto: si otteneva con un’istruttoria del posto di lavoro, del partito e del KGB, quasi sempre per viaggi di gruppo nei paesi socialisti, e chi lo riceveva era classificato «vyezdnoj», autorizzato a uscire; gli altri restavano «nevyezdnye», e potevano perdere lo status per una battuta. I viaggi in Occidente erano riservati a diplomatici, artisti, sportivi e scienziati selezionati, con un accompagnatore che riferiva. Chi non tornava era un «nevozvraščenec», condannato in contumacia, e la sua famiglia ne pagava le conseguenze.

L’emigrazione

Emigrare fu un reato di tradimento fino agli anni Cinquanta; dagli anni Settanta l’URSS permise, a intermittenza e sotto pressione internazionale, la partenza degli ebrei verso Israele, dei tedeschi verso la Germania e degli armeni: circa 250.000 ebrei emigrarono nel decennio, e i «refusenik», quelli a cui il visto era negato, persero il lavoro e finirono in carcere. L’emendamento americano Jackson-Vanik del 1974 legò il commercio alla libertà di emigrazione; gli accordi di Helsinki del 1975 la iscrissero tra i diritti umani. Fughe attraverso le frontiere, dirottamenti, defezioni di ballerini e giocatori di scacchi furono i casi celebri.

Il diritto di partire

Con la glasnost le partenze crebbero: oltre un milione di persone lasciò l’URSS tra il 1988 e il 1991, in maggioranza ebrei e tedeschi. La legge sull’uscita e l’ingresso del maggio 1991 riconobbe per la prima volta il diritto di ogni cittadino a lasciare il paese, in vigore dal 1993 in Russia. La propiska sopravvive come «registrazione», i visti dividono oggi lo spazio ex sovietico, e la mobilitazione del 2022 ha prodotto la più grande emigrazione russa dai tempi della guerra civile.

Curiosità

  • I contadini sovietici ricevettero il passaporto interno solo tra il 1974 e il 1981: fino ad allora non potevano trasferirsi in città senza l’autorizzazione del kolchoz.
  • Le carte geografiche sovietiche in vendita erano volutamente distorte per ordine del KGB: fiumi spostati, città omesse, coordinate false.
  • Il ballerino Rudol’f Nureev chiese asilo a Parigi nel 1961 all’aeroporto, sfuggendo agli accompagnatori del KGB: fu condannato in contumacia a sette anni.
  • Fino al 1988 i cittadini sovietici che viaggiavano nei paesi capitalisti erano poche centinaia di migliaia l’anno, quasi tutti per lavoro o in delegazione.

Valutazione critica

La libertà di movimento fu il diritto che il sistema sovietico negò con più coerenza, perché il confronto con l’esterno era il pericolo maggiore: un paese in cui i contadini non avevano documenti e i cittadini chiedevano il permesso per uscire aveva confessato di non reggere il paragone. Il muro non era solo a Berlino: era ogni frontiera, ogni città chiusa, ogni ufficio della propiska.

La legge del 1991 chiuse settant’anni di reclusione; i milioni di persone partite da allora, e le centinaia di migliaia fuggite dalla Russia dal 2022, sono il verdetto su quanto quel diritto fosse desiderato.

FAQ – Domande frequenti

Un cittadino sovietico poteva cambiare città? Solo con la propiska, il permesso di residenza rilasciato dalla polizia e legato a un lavoro e a un alloggio; nelle grandi città era quasi impossibile ottenerla, e i contadini non avevano nemmeno il passaporto fino al 1974.

Si poteva viaggiare all’estero? Solo con un passaporto concesso caso per caso dopo un’istruttoria del partito e del KGB, quasi sempre in gruppo nei paesi socialisti; i viaggi in Occidente erano un privilegio per pochi.

Quando fu riconosciuto il diritto di emigrare? Con la legge sull’uscita e l’ingresso del maggio 1991, entrata in vigore in Russia nel 1993; prima l’emigrazione era vietata o concessa a singoli gruppi sotto pressione internazionale.

Le immagini sono fotografie d’epoca? No. Le immagini indicate come «ricostruzione illustrativa» sono elaborazioni realizzate per il sito e non vanno confuse con fotografie d’archivio. Le opere di riferimento sono elencate nella bibliografia.

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