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Kolchoz e sovchoz

Approfondimento storico in una prospettiva critica

Il kolchoz era sulla carta una cooperativa di contadini, il sovchoz un’azienda agricola di Stato con operai salariati: nella pratica entrambi consegnavano allo Stato quote obbligatorie a prezzi imposti, con le macchine in mano alle stazioni di trattori, i contadini pagati con le «giornate di lavoro» e senza passaporto fino al 1974. Furono l’ossatura dell’agricoltura sovietica e la ragione della sua inefficienza; dopo il 1991 sono diventati società agricole senza cambiare molto.

Impostazione editoriale: questa pagina analizza il tema in chiave storica e critica, senza intenti celebrativi o propagandistici.
Kolchoz e sovchoz
Ufficio di un ministero della pianificazione: uomini in giacca intorno a un lungo tavolo con grafici e diagrammi.

Il kolchoz

Nato con la collettivizzazione del 1929-33, il kolchoz, «azienda collettiva», riuniva le famiglie di un villaggio in un’artel’ regolata dallo statuto modello del 1935: la terra restava dello Stato in uso perpetuo, i mezzi di produzione erano collettivi, il presidente era eletto dall’assemblea ma di fatto nominato dal partito, e la produzione andava allo Stato in consegne obbligatorie a prezzi che negli anni Trenta non coprivano i costi. I membri erano pagati alla fine dell’anno con una quota di ciò che restava, in natura e in denaro, proporzionale alle «giornate di lavoro» accumulate; molti anni non restava nulla.

Il sovchoz

Il sovchoz, «azienda sovietica», era una fabbrica agricola di proprietà dello Stato con lavoratori salariati, un direttore nominato e un piano di produzione: creato negli anni Venti sulle terre delle grandi tenute, fu il modello preferito dal regime e crebbe con le terre vergini degli anni Cinquanta e con la trasformazione dei kolchoz più deboli. Negli anni Ottanta i circa 23.000 sovchoz coltivavano più terra dei 26.000 kolchoz e impiegavano più lavoratori, con stipendi garantiti e perdite coperte dal bilancio dello Stato.

La vita nel kolchoz

Il kolchoziano lavorava la terra comune con norme di produzione, aspettando la ripartizione di fine anno, e viveva del suo orto privato, dai 25 ai 50 are, con la mucca e il maiale, che gli garantivano il cibo e i soldi del mercato; le stazioni di macchine e trattori, dal 1930 al 1958, con i loro reparti politici, controllavano il villaggio e si facevano pagare in natura. Fino al 1974 i contadini non avevano il passaporto interno e non potevano lasciare il kolchoz senza permesso; solo nel 1966 ottennero una paga mensile garantita e nel 1964-65 la pensione.

Le riforme

Chruščëv sciolse le stazioni di trattori nel 1958, vendendo le macchine ai kolchoz che si indebitarono per comprarle, alzò i prezzi di consegna e accorpò le aziende: dai 250.000 kolchoz del 1950 si passò a poche decine di migliaia, giganti da migliaia di ettari. Brežnev introdusse lo stipendio garantito, la pensione e il passaporto e trasformò molti kolchoz in sovchoz; gli anni Ottanta portarono i «contratti di brigata» e i complessi agro-industriali, senza toccare il principio: la terra era dello Stato e chi la lavorava non ne rispondeva.

Dopo il 1991

Le riforme degli anni Novanta trasformarono kolchoz e sovchoz in società per azioni e cooperative, distribuendo ai lavoratori quote di terra sulla carta che pochi poterono usare: la piccola proprietà contadina non nacque, le aziende collettive continuarono con altri nomi e in Russia le grandi holding agroalimentari hanno assorbito le migliori, mentre in Bielorussia e in Asia centrale il sistema sovietico è rimasto quasi intatto. La parola «kolchoz» è oggi in russo sinonimo di disordine e di lavoro fatto male.

Curiosità

  • Fino al 1966 i kolchoziani non avevano uno stipendio: ricevevano a fine anno una quota del prodotto in base alle «giornate di lavoro», e in molti anni la quota fu di pochi chili di grano.
  • Lo statuto del 1935 concedeva a ogni famiglia un orto tra i 25 e i 50 are, una mucca, maiali e pollame: quell’orto produsse per sessant’anni una parte decisiva del cibo del paese.
  • Nel 1950 i kolchoz erano 250.000, con un villaggio ciascuno; alla fine dell’URSS erano 26.000, con migliaia di ettari e decine di villaggi l’uno.
  • In Bielorussia Lukašenko, ex direttore di sovchoz, ha conservato i kolchoz con altri nomi: il paese è l’ultimo in Europa in cui il sistema funziona ancora.

Valutazione critica

Il kolchoz fu una cooperativa senza cooperazione e il sovchoz una fabbrica senza prodotto: due forme dello stesso principio, la terra allo Stato e i contadini al servizio del piano, che produsse per sessant’anni raccolti scarsi, sprechi e dipendenza. Il fatto che gli orti privati di mezzo ettaro reggessero l’alimentazione del paese era il giudizio sul sistema, visibile a tutti e mai tratto.

La decollettivizzazione mancata degli anni Novanta e la sopravvivenza del sistema in Bielorussia dicono quanto fosse difficile ricostruire una classe contadina che lo Stato aveva distrutto nel 1930.

FAQ – Domande frequenti

Che differenza c’era tra kolchoz e sovchoz? Il kolchoz era formalmente una cooperativa i cui membri dividevano il prodotto residuo; il sovchoz un’azienda di Stato con operai salariati. Entrambi lavoravano terra statale secondo il piano e consegnavano quote obbligatorie.

Come erano pagati i contadini? Nei kolchoz, fino al 1966, con una quota di fine anno proporzionale alle giornate di lavoro, spesso in natura e spesso minima; nei sovchoz con un salario. Tutti vivevano soprattutto dell’orto privato.

Esistono ancora? Trasformati in società agricole e cooperative dopo il 1991; in Bielorussia e in parte dell’Asia centrale il sistema è rimasto quasi intatto.

Le immagini sono fotografie d’epoca? No. Le immagini indicate come «ricostruzione illustrativa» sono elaborazioni realizzate per il sito e non vanno confuse con fotografie d’archivio. Le opere di riferimento sono elencate nella bibliografia.

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