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Mercato nero

Approfondimento storico in una prospettiva critica

Dove il piano non arrivava, arrivava il mercato nero: i jeans comprati dai turisti e rivenduti a uno stipendio, le officine clandestine che producevano magliette e pellicce con le materie prime rubate allo Stato, i cambiavalute fucilati nel 1961, i posti di lavoro venduti, il blat come moneta universale. La «seconda economia» valeva secondo le stime un decimo o più del prodotto sovietico e fu il vivaio del capitalismo e della criminalità degli anni Novanta.

Impostazione editoriale: questa pagina analizza il tema in chiave storica e critica, senza intenti celebrativi o propagandistici.
Mercato Nero
Bancone di un negozio di alimentari: pallottoliere, barattoli di tè e scatolette, commessa in camice bianco.

Che cosa era

Il mercato nero sovietico comprendeva tutto ciò che si comprava e si vendeva fuori dal piano: la rivendita di beni in deficit con sovrapprezzo, la «speculazione» dell’articolo 154 del codice penale, punita fino a sette anni; la produzione clandestina; il commercio in valuta; i servizi privati non autorizzati, dal dentista al meccanico; il furto dalle imprese, chiamato «portare a casa», considerato normale; le tangenti per un posto, una casa, un voto all’università. Gli economisti occidentali ne stimavano il valore tra il 10 e il 20 per cento del prodotto; Gorbačëv parlò nel 1986 di un’«economia ombra» che rubava allo Stato.

I farcovščiki

I «farcovščiki» erano i giovani che compravano dai turisti stranieri jeans, dischi, sigarette, gomme da masticare e valuta, davanti agli alberghi Intourist e nelle stazioni, e li rivendevano a prezzi decuplicati: un paio di Levi’s a 150-200 rubli, un disco a 50. Perseguitati dalla polizia e dal Komsomol, erano insieme criminali e i primi imprenditori dell’Unione; molti divennero negli anni Novanta commercianti e banchieri. La caccia ai turisti per «cambiare» dollari a cinque rubli, contro i 60 copechi ufficiali, era il loro secondo mestiere, e il più pericoloso.

I cechoviki

Il livello superiore erano i «cechoviki», i padroni delle officine clandestine: dentro fabbriche di Stato, con macchine e materie prime del piano, producevano di nascosto abbigliamento, calzature, oggetti per la casa e li vendevano attraverso i negozi di Stato con la complicità di direttori, magazzinieri e commesse, pagando la protezione di funzionari e polizia. Negli anni Settanta e Ottanta le reti dei cechoviki, soprattutto in Georgia, in Asia centrale e nel Caucaso, valevano miliardi di rubli; i processi con le fucilazioni degli anni Sessanta e Ottanta non le fermarono, e da loro nacque la prima alleanza con la malavita, i «ladri nella legge».

La valuta

Il commercio in valuta era il reato più grave: l’articolo 88 puniva le operazioni «in grande scala» con pene fino alla fucilazione, e nel 1961 Rokotov e Fajbišenko, i re del cambio nero di Mosca, furono giustiziati con una legge retroattiva voluta da Chruščëv. Nonostante ciò il dollaro fu la moneta di riserva dei sovietici che potevano procurarselo, dai marinai ai diplomatici ai farcovščiki, e il suo prezzo nero, cinque rubli negli anni Settanta e trenta nel 1991, misurava il declino del rublo meglio di ogni statistica.

L’eredità

Le cooperative del 1988 legalizzarono una parte dell’economia ombra, e il crollo del 1991 la fece emergere tutta: i cechoviki divennero imprenditori, i farcovščiki commercianti, i protettori funzionari e i ladri nella legge racket, con le stesse reti e le stesse abitudini. La criminalità organizzata russa degli anni Novanta, la corruzione sistemica e il capitalismo di relazioni sono l’eredità diretta di sessant’anni in cui l’unico mercato era illegale.

Curiosità

  • Rokotov e Fajbišenko furono condannati nel 1961 a otto anni, poi a quindici, poi a morte dopo che Chruščëv, informato dei loro guadagni, fece cambiare la legge tre volte con effetto retroattivo: l’unico caso in cui l’URSS fucilò per aver cambiato dollari.
  • La parola «farca», da cui farcovščik, viene forse dall’inglese «for sale», la frase con cui i giovani si rivolgevano ai turisti davanti agli alberghi.
  • In Georgia negli anni Settanta l’economia ombra era così estesa che la repubblica, la più povera per statistiche ufficiali, aveva il più alto numero di automobili private dell’Unione.
  • Il verbo «dostat’», procurarsi, sostituì «comprare» nella lingua sovietica: significava che il bene esisteva, ma non nei negozi.

Valutazione critica

Il mercato nero fu il vero mercato dell’Unione Sovietica, quello che rispondeva alla domanda che il piano ignorava, e il regime lo perseguitò perché ne dimostrava il fallimento: ogni paio di jeans venduto a uno stipendio era una statistica sulla distanza tra l’economia ufficiale e i bisogni. Senza il mercato nero e il blat il sistema sarebbe crollato prima; con essi, marcì.

L’eredità è la Russia degli anni Novanta e di oggi: un capitalismo nato nella clandestinità, con la corruzione come metodo e la malavita come socio. Chi cerca le origini degli oligarchi le trova nelle officine clandestine e davanti agli alberghi Intourist.

FAQ – Domande frequenti

Quanto valeva il mercato nero sovietico? Secondo le stime occidentali tra il 10 e il 20 per cento del prodotto, dalla rivendita dei beni in deficit alla produzione clandestina, ai servizi privati e alle tangenti.

Chi erano i farcovščiki? I giovani che compravano dai turisti stranieri jeans, dischi e valuta per rivenderli a prezzi altissimi: perseguitati come speculatori, furono i primi commercianti privati dell’URSS.

Si rischiava la morte per il mercato nero? Per le operazioni in valuta su larga scala sì: l’articolo 88 prevedeva la fucilazione, applicata nel 1961 ai cambiavalute Rokotov e Fajbišenko e ad alcuni cechoviki negli anni successivi.

Le immagini sono fotografie d’epoca? No. Le immagini indicate come «ricostruzione illustrativa» sono elaborazioni realizzate per il sito e non vanno confuse con fotografie d’archivio. Le opere di riferimento sono elencate nella bibliografia.

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