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Il rublo sovietico

Approfondimento storico in una prospettiva critica

Il rublo sovietico era una moneta che non si poteva cambiare, esportare né usare per comprare ciò che mancava: valeva per legge più del dollaro e al mercato nero cinque volte meno, esisteva in tre forme separate, contante, scritturale e valuta, e fu «riformato» a sorpresa nel 1947, nel 1961 e nel 1991, ogni volta a spese dei risparmiatori. I trecento miliardi di rubli nelle casse di risparmio del 1990 svanirono con la liberalizzazione del 1992.

Impostazione editoriale: questa pagina analizza il tema in chiave storica e critica, senza intenti celebrativi o propagandistici.
Il rublo sovietico
Bancone di un negozio di alimentari: pallottoliere, barattoli di tè e scatolette, commessa in camice bianco.

Le riforme

Dopo l’iperinflazione della guerra civile, il červonec del 1922 ancorato all’oro ridiede una moneta stabile fino agli anni Trenta, quando il rublo cartaceo lo sostituì. La riforma del dicembre 1947 cambiò il contante al tasso di dieci a uno e i depositi con tassi migliori, cancellando i risparmi accumulati con il mercato nero di guerra e abolendo le tessere; quella del 1961 tolse uno zero ai prezzi e ai salari e fissò il contenuto aureo del rublo a 0,987 grammi, con il cambio ufficiale di 90 copechi per dollaro. Le banconote con Lenin del 1961 restarono in circolazione fino alla fine.

Tre monete in una

Il rublo esisteva in tre circuiti che non comunicavano: il contante dei salari e dei negozi, i «rubli scritturali» con cui le imprese si pagavano tra loro sotto controllo della Gosbank, senza poterli trasformare in contante, e la valuta straniera, riservata allo Stato, il cui possesso privato era reato. I «certificati» e i buoni per i negozi Beriozka erano una quarta moneta per chi lavorava all’estero. Il denaro non decideva nulla: i beni si distribuivano con il piano e le code, e il rublo serviva a contare.

Il cambio

Il tasso ufficiale, tra 60 e 90 copechi per dollaro, era una finzione contabile: nessuno poteva comprare dollari, e al mercato nero un dollaro valeva quattro o cinque rubli negli anni Settanta e Ottanta, e venti o trenta nel 1991. Il commercio estero si faceva in valuta, e il rublo non era accettato fuori dal Comecon, dove il «rublo trasferibile» era un’altra unità contabile. Il cambio nero era il vero prezzo della fiducia nel sistema.

La sovrastruttura monetaria

Con i prezzi fissi e i beni scarsi, i sovietici accumularono rubli che non potevano spendere: nel 1990 i depositi nelle casse di risparmio superavano i 350 miliardi e il contante circolante era cresciuto senza merci a fronte. Nel gennaio 1991 la riforma Pavlov ritirò con tre giorni di preavviso le banconote da 50 e 100 rubli, colpendo i risparmiatori e non i «speculatori» che aveva annunciato di colpire; in aprile i prezzi al dettaglio furono raddoppiati per decreto. L’inflazione, nascosta per decenni, era ormai visibile.

La fine

La liberalizzazione dei prezzi del gennaio 1992 produsse un’inflazione del 2.500 per cento nell’anno e azzerò i risparmi sovietici; il rublo fu la moneta comune degli Stati eredi fino al 1993, quando la Russia ritirò le banconote sovietiche e ogni repubblica creò la propria valuta. La ridenominazione del 1998 tolse tre zeri, e il rublo russo di oggi, con la sua storia di crisi, porta lo stesso nome di una moneta che per settant’anni non fu mai davvero denaro.

Curiosità

  • Il possesso di dollari era reato in URSS e le operazioni in valuta su larga scala potevano costare la fucilazione: nel 1961 i cambiavalute Rokotov e Fajbišenko furono giustiziati dopo che Chruščëv aveva fatto inasprire la legge con effetto retroattivo.
  • Il rublo del 1961 aveva per legge un contenuto aureo di 0,987 grammi, più del dollaro: nessuno poté mai cambiare un rublo in oro.
  • La riforma del 1947 fu annunciata la sera del 14 dicembre e avviata il giorno dopo: chi aveva contanti a casa perse nove decimi del valore, chi li aveva in banca molto meno.
  • Le banconote sovietiche con Lenin, disegnate nel 1961, restarono identiche per trent’anni: i prezzi stampati sui prodotti erano altrettanto immobili.

Valutazione critica

Il rublo sovietico non fu una moneta ma un’unità di conto del piano: senza convertibilità, senza mercato e senza prezzi veri non poteva misurare nulla, e lo Stato lo trattò di conseguenza, riformandolo a sorpresa ogni volta che i cittadini ne avevano accumulato troppo. I risparmiatori pagarono nel 1947, nel 1991 e nel 1992 il conto di un sistema che negava l’inflazione.

La sfiducia dei russi nella propria moneta, e l’abitudine a tenere i risparmi in dollari, è l’eredità diretta di quelle tre riforme: nessuna nostalgia sovietica riguarda il rublo.

FAQ – Domande frequenti

Quanto valeva un rublo? Ufficialmente più di un dollaro, tra 60 e 90 copechi per dollaro; al mercato nero quattro o cinque rubli per dollaro negli anni Settanta e Ottanta, venti o trenta nel 1991. Il rublo non era convertibile.

Che cosa furono le riforme monetarie? Cambi forzati del contante decisi a sorpresa: nel 1947 dieci a uno, nel 1961 la ridenominazione, nel 1991 il ritiro delle banconote grosse; tutte a spese dei risparmiatori.

Che fine fecero i risparmi sovietici? Furono azzerati dall’inflazione del 1992, oltre il 2.500 per cento in un anno; i depositi nelle casse di risparmio, oltre 350 miliardi di rubli nel 1990, persero quasi tutto il valore.

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