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Vacanze

Approfondimento storico in una prospettiva critica

Le ferie sovietiche erano un diritto, un premio e una prescrizione medica: tre o quattro settimane pagate, un buono del sindacato per il sanatorio sul Mar Nero a prezzo ridotto se si era meritevoli, altrimenti la dacia, la tenda, la stanza affittata dai «selvaggi» a Soči o in Crimea. All’estero, quasi mai: la Bulgaria era il massimo, e «un pollo non è un uccello, la Bulgaria non è l’estero». Questa pagina spiega come si andava in vacanza nell’URSS.

Impostazione editoriale: questa pagina analizza il tema in chiave storica e critica, senza intenti celebrativi o propagandistici.
Vacanze
Sanatorio sul Mar Nero: colonnato neoclassico, palme, villeggianti sulle sdraio.

Il diritto alle ferie

Il decreto del 1918 concesse due settimane di ferie pagate, tra i primi al mondo; negli anni Sessanta il minimo salì a quindici giorni lavorativi e per molte categorie, dagli insegnanti ai lavoratori del Nord, a un mese o più. Il periodo si concordava con il posto di lavoro e con il collettivo, e l’estate era contesa; la settimana di cinque giorni dal 1967 aggiunse i fine settimana. Le vacanze dei bambini duravano tre mesi, e riempire quel tempo era il problema di ogni famiglia.

Il buono del sindacato

Il sistema delle vacanze passava dai sindacati, che possedevano migliaia di sanatori, case di riposo e basi turistiche: il «putëvka», il buono per un soggiorno di tre settimane con vitto e cure, costava al lavoratore il 30 per cento o nulla, ed era assegnato dal comitato sindacale della fabbrica secondo il merito, l’anzianità e le conoscenze. Ne beneficiava ogni anno una minoranza dei lavoratori, e le mete migliori, il Mar Nero, il Baltico, il Caucaso, andavano ai più meritevoli e ai più raccomandati; le famiglie erano spesso separate, perché il buono era individuale.

I selvaggi

La maggioranza andava in vacanza «da selvaggia», dikarëm: treno con giorni di coda per il biglietto, arrivo a Soči, a Jalta o a Suchumi, stanza affittata da un privato o brandina in cortile, spiaggia a corpi accostati, mensa pubblica, cinema all’aperto. L’affitto delle stanze era l’economia sommersa delle città di mare, tollerata perché i sanatori non bastavano. Le famiglie senza mezzi restavano alla dacia o andavano in tenda sui fiumi e sui laghi, con il turismo sportivo organizzato in club e categorie.

L’estero

Per la quasi totalità dei sovietici l’estero era una parola: i viaggi turistici, organizzati dal 1958 dall’agenzia Sputnik per i giovani e dai sindacati, portavano in Bulgaria, in Cecoslovacchia, in Ungheria, nella Germania Est, dopo un’istruttoria del partito e con l’accompagnatore; l’Occidente era per i pochi con la «caratteristica» perfetta, in gruppi sorvegliati e con pochi dollari in tasca. Il Mar Nero bulgaro, con le sue «Sabbie d’oro», era il sogno accessibile.

Dopo il 1991

Con la fine dei sindacati sovietici i sanatori furono privatizzati o abbandonati, e le vacanze diventarono una questione di soldi: chi li aveva scoprì la Turchia e l’Egitto, chi non li aveva restò alla dacia. Il Mar Nero russo e la Crimea, russa dal 2014, sono tornati mete di massa con le sanzioni e la guerra; la Georgia e il Baltico si sono aperti ad altri turisti. Il buono del sindacato sopravvive in forma ridotta nelle grandi aziende russe.

Curiosità

  • La battuta «un pollo non è un uccello, la Bulgaria non è l’estero» riassumeva la gerarchia dei viaggi: la Bulgaria era il paese socialista più simile a una vacanza vera, e per questo il più ambito.
  • I biglietti del treno per il sud si compravano con settimane di anticipo e code notturne alle casse: in agosto i treni per Soči e la Crimea erano i più affollati dell’Unione.
  • I sindacati sovietici gestivano nel 1980 oltre 2.000 sanatori e case di riposo e più di mille basi turistiche: il più grande operatore turistico del mondo.
  • Le stanze affittate ai «selvaggi» erano illegali sulla carta ma tassate in pratica: le padrone di casa di Jalta e di Soči vivevano tutto l’anno con i guadagni di tre mesi.

Valutazione critica

Le vacanze sovietiche erano il volto gentile del sistema e ne rispettavano le regole: un diritto per tutti, distribuito a pochi secondo il merito e le conoscenze, con la gerarchia dei buoni e delle mete che ripeteva quella delle città e dei negozi. Chi restava fuori si arrangiava da selvaggio, e proprio quell’arrangiarsi, sulla spiaggia di Jalta o in tenda sul Volga, è ciò che la memoria conserva come libertà.

L’estero negato è la parte che oggi si dimentica: un paese di trecento milioni di persone in cui vedere Praga era un premio e Parigi un sogno, e le ferie di un anno intero potevano dipendere dal giudizio del comitato sindacale.

FAQ – Domande frequenti

Quante ferie avevano i sovietici? Dal 1968 almeno quindici giorni lavorativi l’anno, tre settimane, e fino a un mese o più per molte categorie; nel 1918 l’URSS era stata tra i primi paesi a introdurre le ferie pagate.

Che cos’era il putëvka? Il buono del sindacato per un soggiorno di tre settimane in un sanatorio o in una casa di riposo, pagato in gran parte dallo Stato e assegnato dal comitato sindacale secondo merito e anzianità.

Si poteva andare in vacanza all’estero? Solo nei paesi socialisti, con viaggi organizzati e dopo un’istruttoria; l’Occidente era riservato a pochissimi. La Bulgaria era la meta più ambita e accessibile.

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