La dacia sovietica
Approfondimento storico in una prospettiva critica
Seicento metri quadrati di orto, una casetta di legno senza riscaldamento, le patate, i cetrioli in vasetto e i fine settimana da maggio a settembre: la dacia fu la valvola di sfogo dell’Unione Sovietica, il pezzo di terra che lo Stato concedeva alle famiglie urbane per nutrirsi e per respirare. Per i dirigenti era la villa di Stato tra le betulle; per tutti gli altri, l’unico spazio in cui si era padroni di qualcosa.
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Dalla dacia degli zar alla dacia di Stato
La parola viene da «dat’», dare: erano le terre che gli zar donavano ai servitori, poi le ville estive della borghesia intorno a Mosca e Pietroburgo cantate da Čechov. Il potere sovietico le nazionalizzò e ne assegnò l’uso ai propri quadri: le dacie di Stato per il Politburo, il villaggio degli scrittori di Peredelkino dal 1934, quelli degli accademici, dei compositori, dei generali, con le case di legno o di mattoni nei boschi e il personale, in uso finché durava la carica.
I sei are
Per la popolazione la dacia nacque dopo la guerra, dalla fame: nel 1949 lo Stato autorizzò le imprese ad assegnare ai dipendenti lotti collettivi per gli orti, di norma sei are, seicento metri quadrati, con il diritto di costruire una casetta di dimensioni limitate, senza riscaldamento e, fino agli anni Ottanta, senza secondo piano né mansarda, perché non diventasse un’abitazione. Le «associazioni di giardinaggio» delle fabbriche crebbero a milioni negli anni Sessanta e Settanta, con le file di casette identiche e gli orti lungo le ferrovie suburbane.
La dacia e il cibo
L’orto della dacia era una politica alimentare non dichiarata: le patate, i cavoli, le cipolle, i cetrioli e i pomodori da mettere in vasetto, le mele e le bacche per le marmellate coprivano una parte rilevante dei consumi delle famiglie urbane, in un paese in cui l’agricoltura collettivizzata non riempiva i negozi. Negli anni Ottanta gli orti privati e le dacie producevano una quota sproporzionata delle verdure e delle patate dell’Unione, su una frazione minima della terra.
La vita alla dacia
Il venerdì sera i treni suburbani e le Žiguli cariche partivano per la campagna; il sabato si zappava, si costruiva, si andava per funghi nel bosco, si riparava il tetto, la sera si accendeva il samovar e si beveva con i vicini, la domenica sera si tornava con i sacchi. La dacia era anche il luogo dei bambini d’estate con le nonne, degli amori, dei libri letti sull’amaca, delle conversazioni senza microfoni: lo spazio in cui il cittadino sovietico non era sorvegliato e non doveva fingere.
Dopo il 1991
Negli anni Novanta la dacia fu di nuovo la salvezza dalla fame per milioni di famiglie senza salario; la «amnistia delle dacie» del 2006 ha permesso di registrare come proprietà i lotti e le case costruite fuori regola, e le associazioni sono diventate proprietà privata. Oggi decine di milioni di russi e di cittadini dell’ex URSS hanno una dacia, da quella dei sei are a quella dei nuovi ricchi con i muri di cinta; il fine settimana in campagna è rimasto il rito nazionale.
Curiosità
- Le dimensioni della casetta erano fissate per legge: fino agli anni Ottanta non più di 25 metri quadrati, senza riscaldamento né mansarda, perché la dacia doveva restare un orto e non una casa.
- A Peredelkino, il villaggio degli scrittori, Pasternak scrisse «Il dottor Živago» e vi è sepolto; la sua dacia è museo, accanto a quelle di Čukovskij e di Okudžava.
- Negli anni Ottanta i lotti privati e le dacie, con circa il tre per cento della terra agricola, producevano oltre metà delle patate e una quota importante delle verdure e della frutta dell’URSS.
- La «amnistia delle dacie» del 2006 ha regolarizzato milioni di case costruite senza permessi sui lotti dei sei are: fu la più grande sanatoria edilizia della storia russa.
Valutazione critica
La dacia fu la confessione involontaria del sistema: uno Stato che aveva collettivizzato le campagne dovette concedere ai cittadini seicento metri quadrati per non farli morire di fame, e vietò loro di costruirvi una casa perché non diventassero troppo liberi. Dentro quei limiti, milioni di persone trovarono l’unico spazio di proprietà e di libertà dell’Unione.
La sopravvivenza della dacia, da salvezza degli anni Novanta a rito nazionale di oggi, mostra che l’istituzione non era sovietica ma russa, e che il sistema si limitò a razionarla.
FAQ – Domande frequenti
Che cos’è una dacia? Una casa di campagna con un orto, dalle ville di Stato dei dirigenti ai lotti di seicento metri quadrati assegnati dalle fabbriche ai dipendenti dal 1949: il luogo dei fine settimana e della produzione alimentare familiare.
Perché seicento metri quadrati? Perché era la misura fissata dallo Stato per i lotti collettivi delle associazioni di giardinaggio: abbastanza per un orto, non per un’azienda; i «sei are» sono ancora sinonimo di dacia.
Le dacie esistono ancora? Sì: privatizzate e regolarizzate con l’amnistia del 2006, sono usate da decine di milioni di persone in Russia e negli altri paesi ex sovietici.
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