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L’isba

Approfondimento storico in una prospettiva critica

La casa di tronchi con la stufa al centro e le icone nell’angolo rosso era, nel 1917, l’abitazione di quattro russi su cinque: l’isba, la casa contadina, sopravvisse alla collettivizzazione, all’elettrificazione, al kolchoz e allo spopolamento delle campagne, e oggi è la dacia dei cittadini e il simbolo di un mondo scomparso. La sua storia sovietica è quella del villaggio russo: espropriato, svuotato e rimpianto.

Impostazione editoriale: questa pagina analizza il tema in chiave storica e critica, senza intenti celebrativi o propagandistici.
L’isba
palazzi prefabbricati a cinque piani, cortile fangoso con i panni stesi.

La casa contadina

L’isba tradizionale era una casa di tronchi di pino o di abete incastrati agli angoli, con il tetto a due falde, le finestre intagliate, la stufa di mattoni che occupava un quarto dello spazio e su cui si dormiva d’inverno, l’angolo rosso con le icone e la lampada, la panca lungo le pareti, il pavimento di assi; intorno il cortile con la stalla, il fienile e la banja. Ne esistevano milioni, dalle regioni del Nord con le case a due piani alle capanne del Sud imbiancate, e il villaggio, il mir, ne regolava la vita.

Il villaggio sovietico

La rivoluzione promise la terra e la collettivizzazione la tolse: dal 1930 i contadini restarono nelle loro isbe ma lavorarono per il kolchoz, senza passaporto, con l’orto e la mucca come unica economia propria. L’elettrificazione arrivò con la «lampadina di Il’ič» negli anni Venti nei villaggi vicini alle città e negli anni Cinquanta e Sessanta ovunque; la radio a filo, la scuola, il club del kolchoz e il negozio del villaggio completarono l’isba sovietica, mentre le chiese venivano chiuse e le icone nascoste. La guerra bruciò decine di migliaia di villaggi, ricostruiti con le stesse tecniche.

Lo spopolamento

Dagli anni Sessanta la politica dei «villaggi senza prospettiva» concentrò servizi e investimenti nei centri più grandi e condannò i piccoli alla scomparsa: i giovani partirono per le città appena i passaporti lo permisero, e le isbe restarono ai vecchi. Tra il 1959 e il 1989 la popolazione rurale della Russia scese di quasi venti milioni; decine di migliaia di villaggi sparirono dalle mappe. La «prosa di villaggio» di Rasputin, Belov e Šukšin raccontò il lutto, e «Addio a Matëra» del 1976 la fine di un villaggio sommerso da una diga.

L’isba come memoria

Il regime, mentre svuotava le campagne, ne musealizzò l’architettura: i musei all’aperto di Kiži sul lago Onega, di Suzdal’, di Malye Korely presso Arcangelo raccolsero le chiese e le isbe di legno dei villaggi abbandonati; l’artigianato «popolare» divenne una voce dell’economia; i film e i libri celebrarono la Russia contadina proprio quando smetteva di esistere. Le isbe sopravvissute divennero le dacie dei cittadini, comprate per poche centinaia di rubli negli anni Ottanta.

Oggi

Nella Russia attuale i villaggi continuano a svuotarsi, con migliaia di insediamenti senza abitanti permanenti; le isbe che restano sono seconde case, rovine o oggetti di restauro per chi cerca la Russia autentica. L’isba resta il simbolo nazionale, nelle fiabe, nella pubblicità e nella propaganda, di una civiltà contadina che il sistema sovietico ha distrutto in due generazioni.

Curiosità

  • Le isbe si costruivano senza chiodi, con i tronchi incastrati agli angoli: la chiesa della Trasfigurazione di Kiži, con ventidue cupole di legno, è il capolavoro della stessa tecnica.
  • La «lampadina di Il’ič» era il nome popolare della lampadina nuda appesa al soffitto dell’isba, simbolo dell’elettrificazione promessa da Lenin nel 1920.
  • La stufa russa, che occupava fino a un quarto dell’isba, serviva a cuocere, riscaldare, dormire e persino a lavarsi: i vecchi vi passavano l’inverno sopra.
  • Il romanzo «Addio a Matëra» di Valentin Rasputin, del 1976, racconta un villaggio sull’Angara evacuato e bruciato per la diga di Bratsk: l’autore vi aveva visto scomparire il proprio.

Valutazione critica

L’isba è il testimone della guerra sovietica contro le campagne: la casa dei contadini rimase in piedi mentre i contadini venivano espropriati, deportati, affamati e infine convinti a partire. La celebrazione museale della Russia di legno, negli stessi anni in cui i villaggi morivano, è l’esempio più chiaro di come il sistema trasformasse in folclore ciò che aveva distrutto.

Il rimpianto della prosa di villaggio, con la sua nostalgia a volte nazionalista, coglieva un fatto vero: il paese aveva perso una civiltà, e non l’aveva sostituita con nulla.

FAQ – Domande frequenti

Che cos’è un’isba? La tradizionale casa contadina russa di tronchi, con la grande stufa di mattoni al centro e l’angolo delle icone: nel 1917 vi abitava la maggioranza della popolazione dell’impero.

Che cosa cambiò con il potere sovietico? I contadini restarono nelle isbe ma lavorarono per il kolchoz; arrivarono l’elettricità, la radio e la scuola, sparirono le chiese, e dagli anni Sessanta i villaggi si svuotarono verso le città.

Dove si possono vedere le isbe? Nei musei all’aperto di Kiži, Suzdal’ e Malye Korely, nei villaggi del Nord russo e come dacie in tutta la campagna intorno alle città.

Le immagini sono fotografie d’epoca? No. Le immagini indicate come «ricostruzione illustrativa» sono elaborazioni realizzate per il sito e non vanno confuse con fotografie d’archivio. Le opere di riferimento sono elencate nella bibliografia.

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