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Eurocomunismo

Approfondimento storico in una prospettiva critica

Tra il 1975 e il 1977 i partiti comunisti italiano, spagnolo e francese dichiararono di accettare la democrazia, il pluralismo e le libertà e di rifiutare il modello sovietico: l’eurocomunismo di Berlinguer, Carrillo e Marchais, con il vertice di Madrid del 1977 e il libro di Carrillo che Mosca attaccò, fu la promessa di un comunismo occidentale. Durò tre anni: i francesi tornarono a Mosca con l’Afghanistan, gli spagnoli crollarono, e Berlinguer dichiarò nel 1981 esaurita la spinta dell’ottobre. Il Cremlino lo temeva più della NATO.

Impostazione editoriale: questa pagina analizza il tema in chiave storica e critica, senza intenti celebrativi o propagandistici.
Eurocomunismo
Congresso internazionale a Mosca negli anni Trenta: delegati di molti paesi sotto bandiere rosse.

Le origini

Il termine fu coniato nel 1975 dal giornalista Frane Barbieri sul Giornale, e descriveva ciò che il PCI aveva cominciato con la condanna dell’invasione di Praga nel 1968, il «compromesso storico» di Berlinguer del 1973 dopo il golpe cileno e l’accettazione della NATO nel 1976; i partiti spagnolo di Carrillo, tornato dall’esilio, e francese di Marchais, con il programma comune con i socialisti, cercavano la stessa legittimità. Il PCI al 34 per cento nel 1976 era il modello, e il Cremlino, che pagava, si preoccupava.

Madrid 1977

Il 2 e 3 marzo 1977 a Madrid Berlinguer, Carrillo e Marchais firmarono una dichiarazione comune sulla democrazia, le libertà, il pluralismo e l’autonomia da ogni centro, e la stampa mondiale vide la nascita di un movimento; in giugno la rivista sovietica Tempi nuovi attaccò il libro di Carrillo «Eurocomunismo e Stato», che negava all’URSS il carattere socialista e ne descriveva la burocrazia, e Carrillo fu escluso dalle tribune di Mosca. Berlinguer, invitato al sessantesimo anniversario dell’ottobre nel novembre 1977, disse al Cremlino che la democrazia era «un valore universale», tra il gelo dei dirigenti sovietici.

Le tre vie

I tre partiti divergevano: il PCI voleva governare con la DC ed era il più coerente, il PCE di Carrillo era il più radicale a parole e il più debole nei voti, con il 9 per cento nel 1977 e il crollo del 1982, il PCF di Marchais aveva abbandonato la «dittatura del proletariato» nel 1976 ma restava legato a Mosca e nel 1979 giustificò l’invasione dell’Afghanistan, con Marchais che difese l’URSS dalla televisione di Mosca nel gennaio 1980. L’eurocomunismo come movimento morì lì; come idea continuò nel PCI.

Lo strappo

Dopo la legge marziale in Polonia, il 15 dicembre 1981, Berlinguer dichiarò in televisione che la «spinta propulsiva» della rivoluzione d’ottobre si era esaurita e che i paesi dell’Est non erano modelli, e il Comitato centrale approvò lo «strappo»: la Pravda rispose con un articolo di attacco nel gennaio 1982, i finanziamenti al partito furono dirottati sulla corrente filosovietica di Cossutta, e il PCI si trovò solo, senza Mosca e senza la DC, che il compromesso storico aveva perso con il rapimento Moro. Berlinguer morì nel giugno 1984, e il PCI superò la DC alle europee di quel mese.

L’eredità

L’eurocomunismo non ottenne nulla di ciò che prometteva, né il governo né la riforma del movimento, ma aprì la strada allo scioglimento dei partiti nel 1991: il PCI che diventò PDS aveva cominciato a Madrid, e gli storici sovietici lo consideravano il pericolo maggiore, perché mostrava ai paesi dell’Est un comunismo con le libertà; Gorbačëv, nel 1985, disse di aver letto Berlinguer. I partiti che restarono fedeli a Mosca, francesi, portoghesi e greci, sono sopravvissuti come sigle; quelli eurocomunisti sono diventati altro.

Curiosità

  • La parola «eurocomunismo» nacque nel giugno 1975 in un articolo di Frane Barbieri sul Giornale nuovo di Montanelli: i tre partiti l’accettarono con riluttanza, e Berlinguer la usò tra virgolette.
  • Nel discorso di Mosca del 2 novembre 1977, per i sessant’anni dell’ottobre, Berlinguer disse che la democrazia era un valore storicamente universale: la Pravda tagliò la frase, e la sala non applaudì.
  • Il libro di Carrillo «Eurocomunismo e Stato» del 1977 definiva l’URSS uno Stato non socialista con una burocrazia al potere: la rivista sovietica Tempi nuovi lo attaccò per settimane, e Carrillo non fu più invitato a Mosca.
  • Il 15 dicembre 1981, dopo la legge marziale polacca, Berlinguer disse in televisione che la spinta propulsiva dell’ottobre era esaurita: la Pravda rispose il 24 gennaio 1982 con l’articolo «Contro gli interessi della pace e del socialismo».

Valutazione critica

L’eurocomunismo fu il tentativo di essere comunisti senza l’URSS, e mostrò che non si poteva: i francesi tornarono a Mosca appena serviva, gli spagnoli sparirono, e gli italiani, i più seri, finirono per sciogliersi dieci anni dopo perché il comunismo senza il modello sovietico non aveva più nome. Fu una promessa onesta e una contraddizione, e il Cremlino lo capì prima dei suoi autori.

La sua eredità sta nel 1989: i comunisti dell’Est che cercarono un «socialismo dal volto umano» e i partiti dell’Ovest che lo abbandonarono dicono che l’eurocomunismo aveva ragione sulla democrazia e torto sulla possibilità di conciliarla con il resto.

FAQ – Domande frequenti

Che cos’era l’eurocomunismo? La linea dei partiti comunisti italiano, spagnolo e francese tra il 1975 e il 1979, che accettavano la democrazia, il pluralismo e le libertà e rifiutavano il modello sovietico, con il vertice di Madrid del marzo 1977.

Come reagì Mosca? Con gli attacchi al libro di Carrillo, con il gelo al discorso di Berlinguer sulla democrazia del 1977, con la Pravda dopo lo strappo del 1981 e con il dirottamento dei finanziamenti sulla corrente filosovietica del PCI.

Perché finì? Perché il PCF tornò a Mosca giustificando l’Afghanistan nel 1979, il PCE crollò e il PCI, isolato dopo lo strappo del 1981, non ottenne il governo; l’idea sopravvisse nello scioglimento del PCI del 1991.

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