Poster e manifesti sovietici
I manifesti famosi dell’epoca, periodo per periodo, letti in chiave critica
Il manifesto fu il mezzo di comunicazione più usato dal potere sovietico per settant’anni: economico da stampare, comprensibile anche da chi non sapeva leggere, affisso in fabbriche, scuole, stazioni e caserme. Questa pagina ripercorre i manifesti più celebri dalla guerra civile alla perestrojka, ne indica autori, anni e slogan e spiega le tecniche con cui parlavano al pubblico. Le immagini sono illustrazioni originali realizzate per il sito nello stile di ciascun periodo: non riproducono i manifesti storici, che restano in gran parte protetti dal diritto d’autore.
In questa pagina
- Come leggere un manifesto sovietico
- Guerra civile e agitprop (1918-1921)
- Costruttivismo e anni Venti
- Piani quinquennali e realismo staliniano (1929-1941)
- Grande guerra patriottica (1941-1945)
- Guerra fredda e propaganda di pace (1946-1964)
- La corsa allo spazio (1957-1975)
- Campagne sociali e anti-alcol
- Perestrojka e glasnost (1985-1991)
- Gli autori principali
- FAQ
Come leggere un manifesto sovietico
I manifesti sovietici usano poche formule, ripetute per decenni. La figura gigantesca (l’operaio, il soldato, il leader) sovrasta un nemico piccolo e deforme: il capitalista con il cilindro, il prete, il kulak, poi il militarista americano. La mano tesa o il dito puntato coinvolgono direttamente chi guarda. Il rosso è la rivoluzione, il nero il nemico, il bianco e il crema la superficie della carta. Il testo è quasi sempre all’imperativo o all’esclamativo: ordina, ringrazia, ammonisce. Le donne compaiono come operaie, contadine o madri della patria, mai come individui; i bambini servono a ringraziare il leader.
Letti in chiave critica, i manifesti raccontano soprattutto lo scarto fra promessa e realtà: l’abbondanza dipinta mentre i negozi erano vuoti, la felicità dell’infanzia negli anni delle deportazioni, la pace proclamata durante la corsa agli armamenti, la lotta all’alcol da parte di uno Stato che dalla vodka ricavava una quota importante delle entrate. Sono documenti preziosi proprio perché mostrano che cosa il potere voleva far credere.
Guerra civile e agitprop (1918-1921)
Nei primi anni dopo la rivoluzione il manifesto sostituì la stampa libera, soppressa nel 1918. Dmitrij Moor firmò nel 1920 il manifesto di reclutamento più famoso dell’Armata Rossa, con un soldato che punta il dito contro lo spettatore e gli chiede se si è arruolato volontario: la formula era quella dei manifesti britannici e americani della Grande guerra, adattata alla guerra civile. Nel 1921, durante la carestia del Volga, lo stesso Moor disegnò un contadino scheletrico con una spiga spezzata e una sola parola, «Aiuta!». Viktor Deni popolò i muri di caricature di capitalisti panciuti, preti e generali bianchi. El Lisickij, con il suo cuneo rosso che penetra un cerchio bianco, tradusse la guerra civile in pura geometria, mentre Vladimir Majakovskij e i disegnatori dell’agenzia ROSTA producevano a stencil le «finestre» satiriche, vignette in sequenza con versi in rima esposte nelle vetrine vuote dei negozi.
Costruttivismo e anni Venti
Negli anni della NEP il manifesto divenne un laboratorio delle avanguardie. Aleksandr Rodčenko usò il fotomontaggio e la tipografia a blocchi: il suo manifesto del 1924 per la casa editrice di Stato, con Lilja Brik che grida la parola «libri» dentro un cono rosso, è ancora oggi una delle immagini più imitate del Novecento. I fratelli Stenberg rinnovarono la locandina cinematografica con prospettive vertiginose; Gustav Klucis portò il fotomontaggio alla scala della propaganda di massa. Era una stagione di libertà formale che il potere tollerava finché serviva: alla fine del decennio l’avanguardia fu accusata di formalismo e messa al bando, e molti dei suoi protagonisti finirono emarginati o, come Klucis nel 1938, fucilati.
Piani quinquennali e realismo staliniano (1929-1941)
Con il primo piano quinquennale il manifesto si mise al servizio della mobilitazione produttiva: mani alzate a votare, operai giganteschi che camminano su dighe e altiforni, cifre di produzione da superare. Klucis firmò nel 1930 il fotomontaggio delle mani sovrapposte che «realizzano il piano dei grandi lavori». Negli stessi anni i manifesti anti-religiosi accompagnarono la chiusura delle chiese e quelli sull’emancipazione femminile chiamavano le donne in fabbrica, mentre la collettivizzazione affamava le campagne. Dalla metà del decennio il genere cambiò volto: al posto della geometria arrivò il realismo pittorico, e al centro dell’immagine il volto di Stalin, ritratto come padre affettuoso circondato da bambini negli anni del Grande terrore.
Grande guerra patriottica (1941-1945)
L’invasione tedesca del giugno 1941 produsse i manifesti più noti di tutta la storia sovietica. Nelle prime settimane i Kukryniksy, il trio di caricaturisti Kuprijanov, Krylov e Sokolov, disegnarono il soldato che trafigge con la baionetta un Hitler-ratto che straccia il patto di non aggressione. Irakli Toidze dipinse la Madre Patria che tende il giuramento militare con un muro di baionette alle spalle: fu stampato in milioni di copie e resta l’immagine simbolo della guerra. Nina Vatolina invitò al silenzio con una donna dal dito sulle labbra; Viktor Koreckij, nel 1942, mostrò una madre che protegge il figlio da una baionetta insanguinata. Le «finestre TASS» ripresero la tecnica delle finestre ROSTA. Alla fine del conflitto Leonid Golovanov celebrò il soldato arrivato a Berlino. Il registro è emotivo e diretto, e per una volta il nemico non è inventato: proprio per questo questi manifesti funzionarono, e furono poi usati per decenni per legittimare il regime attraverso la memoria della vittoria.
Guerra fredda e propaganda di pace (1946-1964)
Dopo il 1945 il nemico cambiò faccia: al posto del nazista comparve l’americano, con il cappello a cilindro a stelle e strisce, la bomba atomica sotto il braccio e il dollaro in tasca. Boris Efimov e i Kukryniksy ne fecero un bersaglio fisso per quarant’anni. In parallelo l’URSS si presentò come potenza della pace: colombe, bambini, il globo protetto da una mano operaia, lo slogan «Pace al mondo!» ripetuto ovunque, mentre i test nucleari e la repressione in Ungheria raccontavano un’altra storia. Sotto Chruščëv il manifesto celebrò anche le campagne economiche del leader, dalle terre vergini al mais, promesso come fonte di abbondanza e finito in un fallimento agricolo.
La corsa allo spazio (1957-1975)
Lo Sputnik nel 1957 e il volo di Gagarin nel 1961 diedero al manifesto un soggetto nuovo e vincente. Il cosmonauta in tuta, la scia del razzo, la stella rossa sopra la Terra e la parola «gloria» declinata in tutte le forme divennero l’iconografia ufficiale degli anni Sessanta, insieme all’Ottobre presentato come punto di partenza della conquista del cosmo. Erano manifesti luminosi, in cui il futuro sembrava a portata di mano; la stessa segretezza che circondava il programma spaziale, con i fallimenti mai annunciati e i nomi dei progettisti tenuti nascosti, mostra quanto la propaganda selezionasse ciò che il pubblico poteva vedere.
Campagne sociali e anti-alcol
Accanto alla politica, il manifesto sovietico fece per decenni educazione civica: igiene, sicurezza sul lavoro, risparmio energetico, lotta all’assenteismo e, soprattutto, lotta all’alcol. Il «No!» di Viktor Govorkov del 1954, con la mano che rifiuta il bicchiere, aprì una serie che arrivò fino alla campagna di Gorbačëv del 1985, quando la sobrietà fu proclamata «norma di vita». La contraddizione era evidente: lo Stato che combatteva l’ubriachezza era anche il monopolista della vodka, e la campagna del 1985, con la chiusura dei negozi e la distruzione dei vigneti, alimento il mercato nero e i distillati clandestini senza intaccare le cause del problema.
Perestrojka e glasnost (1985-1991)
Negli ultimi anni dell’URSS il manifesto cambiò bersaglio: per la prima volta il nemico era interno, il burocrate, l’alcolista, l’apparato che frenava le riforme. Le mostre di manifesti della perestrojka, dal 1987 in poi, esposero satire sul culto di Stalin, sulle code, sull’ecologia devastata e sulla guerra in Afghanistan, cose impensabili pochi anni prima. Era una libertà concessa dall’alto per sostenere la linea di Gorbačëv, ma sfuggì presto di mano: quando i manifesti cominciarono a dire ciò che i cittadini pensavano davvero, il sistema che li aveva usati per settant’anni non aveva più nulla da promettere.
Gli autori principali
- Dmitrij Moor (1883-1946): il manifesto di reclutamento del 1920 e quello per la carestia del 1921; per decenni disegnatore della rivista anti-religiosa «Il senza Dio».
- Viktor Deni (1893-1946): caricaturista, inventore del capitalista panciuto e del prete grasso della propaganda degli anni Venti.
- El Lisickij (1890-1941): architetto e grafico, autore del «cuneo rosso» e di libri e mostre di propaganda all’estero.
- Vladimir Majakovskij (1893-1930): poeta, animatore delle finestre ROSTA e autore di centinaia di slogan pubblicitari e politici.
- Aleksandr Rodčenko (1891-1956) e Gustav Klucis (1895-1938): i maestri del fotomontaggio; Klucis fu fucilato nelle purghe.
- Irakli Toidze (1902-1985): autore della Madre Patria del 1941.
- Kukryniksy: Michail Kuprijanov, Porfirij Krylov e Nikolaj Sokolov, trio di caricaturisti attivo dal 1924 agli anni Ottanta.
- Viktor Koreckij (1909-1998), Nina Vatolina (1915-2002), Viktor Govorkov (1906-1974), Boris Efimov (1900-2008): i grandi professionisti del manifesto di guerra, di Guerra fredda e sociale.
FAQ – Domande frequenti
Perché la pagina non mostra i manifesti originali? Perché quasi tutti sono ancora protetti dal diritto d’autore: la tutela dura settant’anni dalla morte dell’autore, e i grandi cartellonisti del dopoguerra sono morti fra gli anni Settanta e i Duemila. Sono liberi solo i manifesti di autori scomparsi prima della metà degli anni Cinquanta, come Moor, Deni, Lisickij e Majakovskij.
Le illustrazioni della pagina sono manifesti storici? No. Sono illustrazioni originali realizzate per il sito nello stile grafico di ciascun periodo; non riproducono alcuna opera esistente.
Dove si possono vedere gli originali? Nelle collezioni della Biblioteca di Stato russa, in musei come il Museo Puskin di Mosca, nelle raccolte di grafica di molti musei occidentali e nei repertori digitali di pubblico dominio per gli autori più antichi.