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Partito Comunista Francese

Approfondimento storico in una prospettiva critica

Nato a Tours nel 1920 dalla scissione socialista, il Partito comunista francese fu il più stalinista dell’Occidente e il più fedele fino alla fine: Thorez che disertò per Mosca nel 1939 e tornò ministro nel 1945, i «75.000 fucilati» della Resistenza, il 28 per cento del 1946, il programma comune con Mitterrand, l’eurocomunismo abbandonato in un anno per giustificare l’Afghanistan, i ministri del 1981 e il crollo dal 20 al 2 per cento. La festa dell’Humanité continua; il partito è una sigla con i municipi.

Impostazione editoriale: questa pagina analizza il tema in chiave storica e critica, senza intenti celebrativi o propagandistici.
Partito Comunista Francese
Manifestazione a Parigi nel 1968 con bandiere rosse, operai e studenti sull’acciottolato bagnato.

Tours e Thorez

Al congresso di Tours del dicembre 1920 la maggioranza dei socialisti accettò le ventuno condizioni e fondò la sezione francese dell’Internazionale comunista; bolscevizzato negli anni Venti, epurato dei fondatori, il partito fu affidato nel 1930 al minatore Maurice Thorez, scelto dal Comintern, che lo guidò fino al 1964 con il culto del «figlio del popolo» e la fedeltà assoluta. Il Fronte popolare del 1936, con il 15 per cento e il sostegno esterno a Blum, fu il primo successo; il patto Molotov-Ribbentrop del 1939 lo portò allo scioglimento, con i deputati arrestati e Thorez che disertò dall’esercito per rifugiarsi a Mosca.

La Resistenza e il 1945

Dal giugno 1941 il PCF fu la spina dorsale della Resistenza armata, con i FTP, i fucilati come Guy Môquet e la leggenda del «partito dei 75.000 fucilati», in realtà molti meno, e nel 1945 fu il primo partito con il 26 per cento, poi il 28,3 nel novembre 1946, con Thorez vicepresidente del Consiglio e i ministri che ricostruirono il paese e imposero la disciplina agli scioperi; nel maggio 1947 Ramadier li cacciò dal governo, e il partito passò alla Guerra fredda con gli scioperi del 1947-48, il Cominform, la pace di Stalin e il culto di Thorez malato a Mosca.

Gli anni Cinquanta e Sessanta

Il PCF fu il partito dell’ortodossia: difese i processi dell’Est, approvò Budapest nel 1956 e perse Sartre e gli intellettuali, tardò sull’Algeria, restò fuori dalla Quinta Repubblica di de Gaulle con il 20 per cento dei voti e un quarto degli operai, e nel maggio 1968 condannò gli studenti come «falsi rivoluzionari», per poi disapprovare timidamente l’invasione di Praga; Waldeck Rochet, il successore di Thorez, fu spezzato dal 1968, e nel 1972 Georges Marchais, ex operaio della Messerschmitt durante la guerra, prese la guida che tenne fino al 1994.

Il programma comune e il declino

Nel giugno 1972 Marchais firmò con Mitterrand il programma comune della sinistra, abbandonò nel 1976 la «dittatura del proletariato» e aderì all’eurocomunismo di Madrid nel 1977; ma la crescita dei socialisti lo spaventò, nel 1977 ruppe l’Unione e nel gennaio 1980, dalla televisione di Mosca, giustificò l’invasione dell’Afghanistan. Alle presidenziali del 1981 ebbe il 15 per cento, entrò con quattro ministri nel governo Mauroy e ne uscì nel 1984 con il 10 per cento; poi il 7, il 5, il 3, con Hue, Buffet e Roussel, e nel 2022 il 2,3 per cento di Roussel. Il Partito socialista aveva assorbito i suoi elettori, come Mitterrand aveva previsto.

L’eredità

Il PCF conserva la festa dell’Humanité, il giornale, i municipi della «cintura rossa» che si sgretola, le sedi e il patrimonio, e la memoria della Resistenza; i documenti di Mosca hanno mostrato i finanziamenti fino al 1991, con il PCF tra i primi beneficiari. Roussel ha ripreso i temi della nazione e del lavoro; la sinistra radicale è passata a Mélenchon. Il partito che fu la quarta forza di Francia per quarant’anni è oggi un socio minore, con Marchais e Thorez nelle vie e nelle stazioni del metrò.

Curiosità

  • Maurice Thorez disertò dall’esercito francese nell’ottobre 1939 e raggiunse Mosca, dove restò fino al 1944; condannato a morte in contumacia, fu amnistiato da de Gaulle e tornò vicepresidente del Consiglio.
  • Il «partito dei 75.000 fucilati» era la definizione che il PCF si diede nel dopoguerra: gli storici contano poche migliaia di fucilati comunisti su circa trentamila francesi giustiziati dai tedeschi.
  • Nel gennaio 1980 Georges Marchais, ospite della televisione sovietica, difese in diretta da Mosca l’invasione dell’Afghanistan: fu la fine dell’eurocomunismo francese, e l’immagine che i critici gli rinfacciarono per sempre.
  • Alle presidenziali del 1969 Jacques Duclos ottenne il 21,3 per cento, il miglior risultato di un candidato comunista in Francia; nel 2022 Fabien Roussel il 2,3.

Valutazione critica

Il PCF fu il partito che scelse Mosca ogni volta che poteva scegliere: nel 1939 con il patto, nel 1956 con Budapest, nel 1968 contro gli studenti e nel 1980 con l’Afghanistan, e ne ricavò la disciplina, i finanziamenti e l’isolamento. La sua forza vera, gli operai e la Resistenza, fu consumata dalla fedeltà, e i socialisti ne raccolsero i voti quando la fedeltà non contava più.

Il declino dal 28 al 2 per cento è la storia più chiara del prezzo del legame con l’Unione: il PCI si sciolse e sopravvisse in altre forme, il PCF restò se stesso e scomparve.

FAQ – Domande frequenti

Quando nacque il PCF? Al congresso di Tours del dicembre 1920, dalla scissione della maggioranza dei socialisti che accettarono le ventuno condizioni del Comintern; Maurice Thorez lo guidò dal 1930 al 1964.

Qual è stato il suo massimo? Il 28,3 per cento alle elezioni del novembre 1946, con Thorez vicepresidente del Consiglio; restò intorno al 20 per cento fino agli anni Settanta e crollò dopo il 1981.

Perché è declinato? Per la fedeltà a Mosca, con la giustificazione dell’Afghanistan nel 1980, la rottura con i socialisti e l’ingresso nel governo Mitterrand del 1981 che lo ridusse a socio minore: dal 15 per cento del 1981 al 2 di oggi.

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