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Oro

Approfondimento storico in una prospettiva critica

L’oro sovietico fu estratto a mano nel permafrost della Kolyma dai detenuti, nascosto nelle statistiche come segreto di Stato e venduto in Occidente per comprare grano e macchine: secondo produttore mondiale dopo il Sudafrica, con quasi 300 tonnellate l’anno negli anni Ottanta, l’URSS aveva nel 1953 una riserva di oltre duemila tonnellate e nel 1991 ne dichiarò 240. Dove fosse finito il resto è una delle domande della fine dell’Unione.

Impostazione editoriale: questa pagina analizza il tema in chiave storica e critica, senza intenti celebrativi o propagandistici.
Oro
Miniera a cielo aperto negli Urali: gradoni giganteschi, camion da cava, foschia industriale.

Le miniere

L’oro russo si estraeva dal Settecento negli Urali, a Berëzovskij, e dall’Ottocento in Siberia, sulla Lena; il potere sovietico ne fece un’industria di Stato con il trust Sojuzzoloto e, dal 1931, con il Dal’stroj della Kolyma, dove i detenuti lavavano la sabbia aurifera a mano e con le draghe fino a produrre ottanta tonnellate l’anno nel 1940. Nel dopoguerra si aggiunsero la Jacuzia con l’Aldan, la Čukotka, la Transbajkalia, l’Armenia e soprattutto l’Uzbekistan, dove il giacimento di Muruntau, scoperto nel 1958 e sfruttato dal 1967, divenne la più grande miniera d’oro a cielo aperto del mondo.

Il segreto

Dal 1930 alla fine dell’URSS la produzione e le riserve d’oro furono segreto di Stato, con pene per chi le divulgava: le stime occidentali, ricavate dalle vendite e dai dati delle miniere, parlavano di 250-300 tonnellate l’anno negli anni Ottanta, un decimo della produzione mondiale, secondo posto dopo il Sudafrica. La riserva accumulata da Stalin, oltre duemila tonnellate alla sua morte, fu spesa da Chruščëv e da Brežnev per pagare le importazioni di grano dopo i cattivi raccolti, con vendite di centinaia di tonnellate nel 1963 e negli anni Settanta.

Le artel’

Accanto alle miniere di Stato l’oro fu l’unico settore in cui sopravvisse una forma di impresa quasi privata: le artel’ di cercatori, cooperative di lavoratori stagionali con ricavi legati alla produzione, tollerate perché senza di esse l’oro alluvionale della Siberia non si sarebbe estratto. Vadim Tumanov, ex detenuto della Kolyma, ne guidò le più famose dagli anni Cinquanta agli anni Ottanta, con salari dieci volte superiori alla media e uno spirito da Far West che il regime perseguitò e usò.

L’oro come moneta

L’oro fu la valuta di riserva dell’Unione: pagò le importazioni di tecnologia degli anni Trenta, insieme al grano sottratto ai contadini, gli aiuti alleati, i cereali americani e canadesi, e i monete d’oro «červonec» coniate negli anni Settanta per la vendita all’estero. Il rublo aveva un contenuto aureo di legge che nessuno poteva riscuotere; le riserve erano custodite dal Gochran, il deposito dei valori di Stato, e dalla Gosbank, e le vendite passavano per la banca sovietica di Zurigo.

Il 1991 e dopo

Nel settembre 1991 il vicepremier Javlinskij rivelò che le riserve d’oro dell’URSS erano scese a 240 tonnellate, un decimo di quelle stimate: una parte era stata venduta per il grano e il debito negli ultimi anni, una parte, secondo le inchieste mai concluse, spostata all’estero dal partito prima della fine. La Russia ha ricostruito la riserva fino a oltre duemila tonnellate, la quinta del mondo, e produce oggi circa 330 tonnellate l’anno, seconda o terza; l’Uzbekistan vive di Muruntau.

Curiosità

  • La miniera di Muruntau, nel deserto del Kyzylkum, è un cratere di quattro chilometri per tre e oltre 600 metri di profondità: produce ogni anno più oro di tutta l’URSS degli anni Trenta.
  • Le monete d’oro «červonec» con il seminatore, coniate nel 1923 e di nuovo dal 1975 al 1982, servivano solo all’esportazione: i cittadini sovietici non potevano possederle.
  • Nel 1963, dopo il pessimo raccolto, l’URSS vendette in Occidente circa 500 tonnellate d’oro per comprare grano: Chruščëv fu accusato di aver «mangiato» la riserva di Stalin.
  • Le artel’ di Tumanov pagavano ai cercatori fino a 1.500 rubli al mese, dieci volte lo stipendio medio: erano le uniche imprese sovietiche in cui il guadagno dipendeva dal lavoro.

Valutazione critica

L’oro sovietico fu estratto con il metodo più crudele, quello della Kolyma, e gestito con il metodo più opaco, quello del segreto di Stato: servì a pagare le importazioni che il piano non sapeva produrre, dal grano alle macchine, e la sua riserva fu consumata per nascondere il fallimento agricolo. Il mistero delle 240 tonnellate del 1991 è la metafora finale di un sistema che aveva contato tutto tranne se stesso.

Che la Russia abbia ricostruito la riserva e che l’Uzbekistan viva di una miniera dice quanto quel metallo resti al centro delle economie ex sovietiche, e quanto poco sia cambiato nel modo di usarlo.

FAQ – Domande frequenti

Quanto oro produceva l’URSS? Circa 250-300 tonnellate l’anno negli anni Ottanta secondo le stime occidentali, seconda dopo il Sudafrica; i dati ufficiali erano segreti di Stato.

Dove si estraeva? Nella Kolyma con il Dal’stroj e i detenuti, in Jacuzia, in Čukotka, negli Urali, in Transbajkalia e in Uzbekistan a Muruntau, la più grande miniera a cielo aperto del mondo.

Che fine fece l’oro dell’URSS? Le riserve, oltre duemila tonnellate nel 1953, furono vendute per pagare il grano e il debito; nel 1991 ne restavano 240 tonnellate, e il destino di una parte non è mai stato chiarito.

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