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Uranio

Approfondimento storico in una prospettiva critica

L’uranio della bomba di Stalin venne dalle miniere del Tagikistan scavate dai detenuti e, soprattutto, dalla Germania Est e dalla Cecoslovacchia occupate, dove la Wismut e Jáchymov impiegarono centinaia di migliaia di minatori e prigionieri senza protezione: senza quell’uranio la prima bomba del 1949 non ci sarebbe stata. Dagli anni Sessanta le miniere di Krasnokamensk e dell’Asia centrale fecero dell’URSS un gigante nucleare; il Kazakistan produce oggi quasi metà dell’uranio del mondo.

Impostazione editoriale: questa pagina analizza il tema in chiave storica e critica, senza intenti celebrativi o propagandistici.
Uranio
Miniera a cielo aperto negli Urali: gradoni giganteschi, camion da cava, foschia industriale.

Le prime miniere

Quando nel 1943 Kurčatov avviò il programma atomico, l’URSS non aveva uranio: le uniche miniere note erano a Taboshar e nella valle di Fergana, in Tagikistan, sfruttate dal 1926 per il radio. Nel 1945 nacque il Combinato n. 6 di Leninabad, con i detenuti e i deportati che estraevano il minerale a mano nelle gallerie, senza ventilazione né protezione; parallelamente i geologi e le squadre dell’NKVD cercarono l’uranio in tutta l’Unione, e le prime tonnellate di ossido furono raccolte con metodi che uccisero chi le maneggiava.

L’uranio dei satelliti

La soluzione arrivò dalla Germania: nei Monti Metalliferi della Sassonia e della Turingia le miniere d’argento medievali contenevano uranio, e dal 1947 la società sovietica Wismut, con fino a centocinquantamila lavoratori tedeschi reclutati o costretti, ne estrasse oltre duecentomila tonnellate fino al 1990, la terza produzione mondiale, tutta spedita in URSS senza pagamento fino al 1953. In Cecoslovacchia le miniere di Jáchymov furono lavorate dai prigionieri politici del regime comunista, migliaia dei quali morirono di radiazioni; Bulgaria, Ungheria, Polonia e Romania fornirono il resto. La bomba sovietica fu costruita con l’uranio dell’Europa orientale.

Le miniere sovietiche

Negli anni Cinquanta e Sessanta le scoperte in patria cambiarono il quadro: Želtye Vody in Ucraina dal 1951, i giacimenti dell’Uzbekistan intorno a Navoi e del Kazakistan, e nel 1963 Strel’covskoe in Transbajkalia, con la città chiusa di Krasnokamensk e la più grande miniera d’uranio dell’Unione, ancora oggi la maggiore della Russia. Le città dell’uranio erano chiuse, i minatori pagati bene e ammalati presto; l’arricchimento avveniva nelle città segrete degli Urali e della Siberia, da Sverdlovsk-44 a Tomsk-7.

Il prezzo

I minatori dell’uranio sovietici e dei satelliti lavorarono per decenni senza sapere che cosa estraevano e senza protezione dal radon: in Germania la Wismut ha riconosciuto migliaia di casi di cancro al polmone, e la bonifica dei suoi siti, iniziata nel 1991, è costata oltre sei miliardi di euro; a Jáchymov i prigionieri politici cechi morirono a centinaia; in Tagikistan e in Kirghizistan i depositi di scorie delle miniere sovietiche, come Majluu-Suu, minacciano ancora la valle di Fergana. Il costo umano del programma atomico non fu mai contato.

Dopo il 1991

L’industria dell’uranio si è divisa con l’Unione: il Kazakistan, con l’estrazione in situ dei giacimenti sabbiosi, è dal 2009 il primo produttore mondiale con oltre il 40 per cento dell’uranio estratto, l’Uzbekistan è tra i primi cinque, la Russia con Krasnokamensk e con l’arricchimento di Rosatom fornisce quasi metà del servizio di arricchimento del mondo, compreso quello delle centrali occidentali, che le sanzioni hanno faticato a toccare. La Wismut è diventata un’impresa di bonifica, e le sue miniere un museo.

Curiosità

  • La Wismut, la società sovietica in Germania Est, fu tra il 1947 e il 1990 il terzo produttore mondiale di uranio dopo Stati Uniti e Canada: tutto il minerale andò in URSS.
  • A Jáchymov, in Cecoslovacchia, i prigionieri politici del regime comunista scavarono l’uranio dal 1949 al 1961 nei campi intorno alle miniere: le radiazioni ne uccisero migliaia negli anni seguenti.
  • Il deposito di scorie di Majluu-Suu, in Kirghizistan, con milioni di tonnellate di residui delle miniere sovietiche sopra un fiume, è considerato uno dei dieci luoghi più inquinati del mondo.
  • Krasnokamensk, la città dell’uranio in Transbajkalia, fu il luogo di detenzione di Chodorkovskij tra il 2005 e il 2006: la colonia penale è accanto alle miniere.

Valutazione critica

L’uranio sovietico fu estratto da chi non poteva rifiutare, dai detenuti tagiki ai minatori tedeschi e ai prigionieri cechi, e servì a costruire l’arma che avrebbe reso l’URSS una superpotenza: nessun capitolo del programma atomico mostra meglio il rapporto tra il centro e le sue colonie. Il costo, in radiazioni e in vite, fu esportato ai satelliti e nascosto in patria.

Che il Kazakistan viva oggi dell’uranio e che la Russia arricchisca ancora quello delle centrali occidentali dice quanto l’industria nucleare mondiale dipenda dall’eredità sovietica, e quanto poco lo si ricordi.

FAQ – Domande frequenti

Da dove veniva l’uranio della bomba sovietica? In gran parte dalla Germania Est, con la società Wismut, e dalla Cecoslovacchia, con le miniere di Jáchymov lavorate dai prigionieri; in patria dalle miniere del Tagikistan scavate dai detenuti.

Dove si estraeva l’uranio in URSS? In Tagikistan, in Uzbekistan, in Kazakistan, in Ucraina a Želtye Vody e in Transbajkalia a Krasnokamensk, la miniera più grande dell’Unione e ancora oggi della Russia.

Chi produce l’uranio oggi nell’ex URSS? Il Kazakistan è il primo produttore mondiale con oltre il 40 per cento, l’Uzbekistan tra i primi cinque; la Russia estrae a Krasnokamensk e fornisce quasi metà dell’arricchimento mondiale.

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