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Programma spaziale

Approfondimento storico in una prospettiva critica

Lo Sputnik, Laika, Gagarin, la prima donna, la prima passeggiata spaziale, la prima sonda sulla Luna e su Venere, la prima stazione orbitale: il programma spaziale sovietico collezionò i primati tra il 1957 e il 1971 sotto la guida di un uomo che il mondo non poteva nominare, il Costruttore capo Sergej Korolëv, uscito dal Gulag. Perse la Luna dopo la sua morte, costruì la Mir e il Buran, e la Russia ne ha ereditato i razzi, il cosmodromo in affitto e il declino.

Impostazione editoriale: questa pagina analizza il tema in chiave storica e critica, senza intenti celebrativi o propagandistici.
Programma Spaziale
Razzo sulla rampa di Baikonur all’alba, steppa e torri di servizio nella nebbia.

Korolëv

Sergej Korolëv, pioniere dei razzi negli anni Trenta, arrestato nel 1938 e passato per la Kolyma e la šaraška di Tupolev, fu il Costruttore capo del programma dal 1946: dalle V-2 copiate al missile intercontinentale R-7 del 1957, con cui lanciò lo Sputnik il 4 ottobre, Laika in novembre, le sonde Luna nel 1959 e Gagarin il 12 aprile 1961. Il suo nome fu segreto di Stato fino alla morte, nel gennaio 1966, per un intervento chirurgico mal riuscito; il Nobel che gli fu offerto fu rifiutato da Chruščëv perché «il popolo intero» aveva costruito lo Sputnik.

I primati

Tra il 1957 e il 1965 l’URSS fu prima in tutto: il satellite, l’animale in orbita, la sonda sulla Luna e la fotografia della faccia nascosta nel 1959, l’uomo nello spazio nel 1961, l’equipaggio multiplo nel 1964, la donna con Tereškova nel 1963, la passeggiata spaziale di Leonov nel marzo 1965; seguirono la prima sonda su Venere nel 1966 e la prima a trasmettere dalla superficie nel 1970, il primo rover lunare Lunochod nel 1970, il primo prelievo automatico di suolo lunare, la prima stazione orbitale Saljut nel 1971. I primati erano decisi per la propaganda, con i lanci nelle date dei congressi e i rischi accettati per battere gli americani.

La Luna perduta

Il programma lunare umano, avviato tardi e diviso tra Korolëv e i rivali Čelomej e Glusko, si fermò con la morte del Costruttore capo: il razzo gigante N1, con trenta motori nel primo stadio, esplose quattro volte tra il 1969 e il 1972, la seconda distruggendo la rampa di Baikonur, e nel 1974 il programma fu chiuso e negato per quindici anni. Le sonde automatiche salvarono l’onore, con il Lunochod e i campioni di suolo, e la propaganda sostenne che l’URSS non aveva mai voluto mandare uomini sulla Luna: la verità uscì nel 1989.

Le stazioni e il Buran

Dopo la Luna l’URSS scelse l’orbita bassa: le stazioni Saljut dal 1971, con i tre cosmonauti della Sojuz 11 morti al rientro per la depressurizzazione, le Saljut militari Almaz con il cannone a bordo, e dal 1986 la Mir, la prima stazione modulare, abitata per quindici anni con i record di permanenza e gli ospiti stranieri. Il Buran, la navetta copiata dallo Shuttle con l’aggiunta del volo automatico, compì un solo volo senza equipaggio nel novembre 1988 e fu abbandonato con l’Unione; il suo razzo Energia era il più potente dopo il Saturn V.

Dopo il 1991

Roskosmos ereditò i razzi Sojuz e Proton, il cosmodromo di Baikonur in affitto dal Kazakistan, i cosmonauti e i fondi in caduta; la Mir fu mantenuta con i turisti e le collaborazioni fino al 2001, la Stazione spaziale internazionale nacque nel 1998 dal modulo russo, e per dieci anni le Sojuz furono l’unico accesso umano allo spazio. Dal 2014 e dal 2022 le sanzioni, la fine delle collaborazioni, i fallimenti dei lanci e la corruzione hanno ridotto il programma; la sonda Luna-25 del 2023, la prima verso la Luna dal 1976, si è schiantata.

Curiosità

  • Il nome di Korolëv fu pubblicato per la prima volta nel necrologio della Pravda del gennaio 1966: fino a quel giorno i giornali sovietici lo chiamavano «il Costruttore capo» e il mondo non sapeva chi guidasse il programma.
  • Il razzo lunare N1 esplose quattro volte su quattro lanci; l’esplosione del 3 luglio 1969, con 2.600 tonnellate di propellente, fu una delle più grandi non nucleari della storia e distrusse la rampa.
  • I tre cosmonauti della Sojuz 11, Dobrovol’skij, Volkov e Pacaev, morirono il 30 giugno 1971 al rientro per una valvola aperta: sono le uniche persone morte nello spazio, e da allora i cosmonauti indossano la tuta al rientro.
  • Il Buran volò una sola volta, il 15 novembre 1988, in automatico e senza equipaggio, e atterrò con un vento laterale che lo Shuttle non avrebbe affrontato; il suo hangar a Baikonur crollò nel 2002 uccidendo otto operai.

Valutazione critica

Il programma spaziale fu la vetrina più riuscita dell’Unione e il suo prodotto più caratteristico: guidato da un ex detenuto senza nome, alimentato dalla propaganda che decideva le date e dai rischi imposti ai cosmonauti, capace dei primi primati e non della Luna, e poi di stazioni orbitali che nessun altro seppe costruire. I suoi successi furono reali, e il segreto che li avvolgeva nascondeva i morti e i fallimenti come ovunque nel sistema.

L’eredità russa, dai Sojuz che hanno servito l’Occidente per dieci anni alla sonda schiantata sulla Luna nel 2023, racconta un programma che vive delle macchine di Korolëv e non ha più chi le sostituisca.

FAQ – Domande frequenti

Chi era il Costruttore capo? Sergej Korolëv, l’ingegnere che diresse il programma spaziale dal 1946 al 1966, dallo Sputnik a Gagarin: ex detenuto del Gulag, il suo nome fu segreto di Stato fino alla morte.

Perché l’URSS non arrivò sulla Luna? Per il ritardo del programma, la rivalità tra i progettisti, la morte di Korolëv nel 1966 e il fallimento del razzo N1, esploso in tutti e quattro i lanci tra il 1969 e il 1972; il programma fu chiuso nel 1974 e negato fino al 1989.

Che cosa resta del programma sovietico? I razzi Sojuz e Proton, il cosmodromo di Baikonur affittato dal Kazakistan, il segmento russo della Stazione spaziale internazionale e Roskosmos, in declino per sanzioni, fondi e fallimenti.

Le immagini sono fotografie d’epoca? No. Le immagini indicate come «ricostruzione illustrativa» sono elaborazioni realizzate per il sito e non vanno confuse con fotografie d’archivio. Le opere di riferimento sono elencate nella bibliografia.

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